La violenza come sintomo di una crisi
La violenza giovanile non è soltanto una questione di ordine pubblico. È il sintomo di un disagio più profondo, che investe la famiglia, la scuola e l’intera società. È questa la tesi sviluppata da Francesco Provinciali nel saggio La mano armata del disagio e della violenza giovanile, pubblicato sulla rivista «Umanità Penalità».
Una riflessione ampia, che prende le mosse dalle stragi nelle scuole americane per interrogarsi sulla progressiva diffusione di comportamenti aggressivi anche tra i giovanissimi europei.
Quando la violenza diventa un modello
Provinciali denuncia anzitutto il paradosso di una società che proclama la centralità dell’infanzia, ma lascia prosperare interessi economici e modelli culturali che ne compromettono la crescita.
Il commercio delle armi, la diffusione di strumenti offensivi, l’esaltazione mediatica della forza, le insidie dei social e del gioco d’azzardo concorrono a costruire un immaginario nel quale la sopraffazione appare spesso più efficace del dialogo.
Il saggio richiama un dato significativo: in Italia, tra il 2019 e il 2024, le segnalazioni di minori per il porto di oggetti atti a offendere sono passate da 778 a 1.946.
La famiglia e la solitudine dei ragazzi
Particolarmente interessante è l’analisi della crisi delle relazioni familiari. Provinciali non si limita a denunciare l’indebolimento dell’autorità genitoriale, ma richiama il venir meno dell’ascolto, della comunicazione e della responsabilità educativa.
Nella società dell’iperconnessione, osserva, cresce paradossalmente l’incomunicabilità. La famiglia rischia di trasformarsi in un luogo di semplice coabitazione, mentre altri soggetti assumono un’influenza crescente nella formazione dei ragazzi.
La scuola come risposta di civiltà
Il punto più convincente del saggio riguarda la risposta educativa. Non basta reprimere la violenza quando esplode: occorre riconoscerne tempestivamente le cause, prevenire l’emarginazione, ricostruire legami.
La scuola, in stretta alleanza con la famiglia, deve tornare a essere luogo di formazione integrale della persona. Non soltanto trasmissione di conoscenze, dunque, ma educazione sentimentale, esercizio del pensiero critico, rispetto dell’altro e responsabilità.
È qui che la riflessione di Provinciali acquista un significato propriamente politico. Investire nell’educazione significa scegliere quale società costruire, anteponendo la dignità della persona alla logica della forza e del profitto.
Le autentiche armi contro la violenza sono quelle della cultura, della solidarietà e della formazione. Una conclusione che restituisce alla politica il suo compito più impegnativo: non limitarsi a governare il disagio, ma creare le condizioni perché non diventi violenza.

