Gennaio 1969. Aldo Moro sale sul palco del Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana. Sono passati pochi mesi da Valle Giulia, dalle occupazioni delle università, dai cortei che hanno riempito le strade di Roma, Torino, Milano. I ragazzi di quella generazione hanno messo in discussione tutto quello che fino a poco prima sembrava intoccabile: la scuola, l’autorità dei padri, i partiti, il modo stesso in cui si faceva politica in Italia.
Un paese che non si riconosce più
Per un uomo che in quel momento, scalzato dalla guida del governo, rappresenta la coscienza critica di uno dei partiti più potenti d’Europa, la strada più comoda sarebbe stata parlare di ordine pubblico, di ragazzi viziati, di una gioventù che non sa apprezzare quello che ha. È la reazione che ci si aspetterebbe, ed è quella che quasi tutta la sua classe dirigente sceglie.
Moro no. Davanti al suo stesso partito dice, parola per parola:
«Parliamo, giustamente preoccupati, di distacco tra società civile e società politica e riscontriamo una certa crisi dei partiti, una loro minore autorità, una meno spiccata attitudine a risolvere, su basi di comprensione, di consenso e di fiducia, i problemi della vita nazionale. Ma, a fondamento di questa insufficiente presenza dei partiti, non c’è forse la incapacità di utilizzare anche per noi, classe politica, la coscienza critica e la forza di volontà della base democratica?»
Un gesto raro per un politico
Tolta la lingua un po’ impettita dei congressi di partito, quello che Moro sta dicendo è semplice: i giovani si allontanano dalla politica, e forse non è colpa loro. È la politica che ha smesso di ascoltarli, che ha perso la voglia di rimettersi in discussione, che parla ancora una lingua vecchia a gente che ne parla un’altra.
Non è una frase da poco, detta da chi in quel momento ha in mano le leve del potere. Moro non trasforma i ragazzi delle occupazioni nel capro espiatorio comodo. Li prende sul serio anche quando lo mettono in difficoltà, anche quando gli fanno paura.
È un riflesso che oggi sembra quasi fuori moda. Di solito, quando una generazione più giovane critica come vanno le cose, chi comanda preferisce spiegarle pazientemente perché ha torto. Moro fa l’operazione opposta: si chiede se il problema non sia lui, il suo partito, il modo in cui per anni ha creduto di poter governare un paese senza davvero ascoltare chi stava crescendo fuori dal Palazzo.
Un dialogo pagato carissimo
Quella disponibilità a cercare un terreno comune, anche con chi la pensava all’opposto, Moro la pagherà nel modo più duro che si possa immaginare. Nel marzo del 1978 viene rapito dalle Brigate Rosse, un gruppo che nasce proprio da un pezzo di quella generazione che dieci anni prima riempiva le piazze, e che a un certo punto ha scambiato le parole con le armi. Cinquantacinque giorni dopo viene ucciso.
È una delle pagine più amare della nostra storia repubblicana: un uomo che aveva provato a tendere la mano a una gioventù inquieta, finito nelle mani della sua frangia più violenta.
Quello che resta
Moro non aveva tutte le risposte, e sarebbe ingiusto farne un santino. Ma quella frase del ’69 dice ancora qualcosa di vero: quando un’intera generazione si sente estranea a chi la governa, la prima domanda onesta da porsi non è «cosa hanno che non va i giovani», ma «cosa non abbiamo saputo fare noi». Facile da scrivere, difficile da mettere in pratica.
Moro almeno ci ha provato. E lo ha messo nero su bianco, davanti al suo stesso partito, quando gli conveniva molto di più tacere.

