Coercizione e prevenzione
Nei prossimi due giorni, il 9 e 10 settembre, a Strasburgo torna all’attenzione del Consiglio d’Europa una questione particolarmente delicata: il progetto di Protocollo addizionale alla Convenzione di Oviedo, riguardante il ricovero e il trattamento involontari nei servizi di salute mentale.
In vista dell’appuntamento, Paolo Onorati e l’avvocato Vania Cirese, esperta di diritto sanitario ed europeo, hanno promosso un’iniziativa rivolta al Governo italiano, articolata in dieci quesiti. La domanda di fondo è semplice: perché rendere giuridicamente vincolanti le regole che disciplinano il ricorso eccezionale alla coercizione senza attribuire la stessa forza agli obblighi destinati a prevenirla e ridurla?
Garantire i diritti, ridurre la coercizione
L’iniziativa non contesta la necessità di tutelare le persone che oggi sono sottoposte a ricoveri o trattamenti involontari. Al contrario, chiede che esse dispongano delle massime garanzie sostanziali e procedurali, affinché ogni misura restrittiva sia realmente eccezionale, necessaria, proporzionata e utilizzata come ultima risorsa.
Il problema riguarda l’architettura normativa. Il Consiglio d’Europa ha adottato il 17 giugno scorso una Raccomandazione dedicata alla salute mentale, ovvero alla prevenzione della soluzione coercitiva e allo sviluppo di alternative volontarie. Si tratta però, appunto, di una raccomandazione, mentre le norme sull’impiego delle misure “non volontarie” verrebbero inserite in uno strumento internazionale vincolante.
Da qui il timore che si finisca, al di là delle intenzioni, per consolidare giuridicamente l’eccezione, anziché imprimere ai sistemi sanitari una spinta altrettanto forte verso il suo progressivo superamento.
Le obiezioni della PACE e dell’ONU
La questione ha già suscitato importanti riserve. Il 28 gennaio scorso l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE) ha espresso parere negativo sul progetto, invitando a valutare uno strumento più flessibile e a verificarne la compatibilità con la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità.
Il 27 agosto anche il Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità è intervenuto in termini molto netti, giudicando il progetto fondamentalmente incompatibile con la Convenzione. Esisterebbe tuttavia un’analisi giuridica commissionata nell’ambito del Consiglio d’Europa che giungerebbe alla conclusione opposta. I promotori chiedono perciò che tale documentazione sia resa pubblica e sottoposta a un confronto trasparente.
Dieci domande anche all’Italia
Al Governo italiano viene chiesto di chiarire quale posizione sosterrà a Strasburgo e su quali basi giuridiche e scientifiche. Tra i temi posti figurano la compatibilità con la Convenzione ONU, le alternative al Protocollo, il rischio di stabilizzare il ricorso alla coercizione e gli strumenti attraverso cui misurarne gli effetti concreti.
Il principio che ispira l’iniziativa può essere riassunto così: proteggere oggi chi subisce una misura involontaria e costruire le condizioni perché domani quella misura sia sempre meno necessaria sono due obiettivi complementari. La questione posta al Consiglio d’Europa è perché il diritto internazionale non debba perseguirli entrambi con adeguata forza normativa.

