Il populismo come metodo e come maschera
Forse è vero, come dice quel vecchio proverbio, che “al peggio non c’è mai fine”. Soprattutto in politica da quando il trasformismo, l’opportunismo, il qualunquismo sintetizzati dal verbo populista hanno preso un sopravvento quasi dogmatico.
Per uscire dalla metafora, però, parlo della straordinaria, nonchè divertentissima, intervista rilasciata al Corriere della Sera dal principe del populismo nonchè alfiere indiscusso del trasformismo nell’attuale stagione politica italiana. Cioè del capo dei 5 stelle Giuseppe Conte.
Le giravolte e il richiamo alla Dc
Tra le mille giravolte scandite nella lunga e copiosa intervista, non può sfuggire un particolare che, del resto, è stato richiamato anche nel titolo della suddetta intervista. Ovvero, ma teniamoci tutti molto stretti, apprendiamo con ansia che nel passato l’ineffabile Conte ha votato anche Ciriaco De Mita, apprezzato la sinistra Dc e le candidature di alcuni intellettuali “esterni” nelle liste democratico cristiane. Facendo, al riguardo, anche un po’ di confusione tra i vari intellettuali richiamati. Ma tant’è.
Fortunatamente, e lo dico come esponente della sinistra sociale della Dc, non ha citato nè Donat-Cattin e nè la storica componente di Forze Nuove. Almeno questo ce lo siamo risparmiati.
La doppia narrazione contro la Democrazia Cristiana
Ora, e al di là di questa simpaticissima intervista in perfetta coerenza e lungimiranza con la consolidata natura populista e trasformistica del personaggio in questione, mi sia permessa una sola considerazione al riguardo. Che è molto semplice nonchè trasparente.
Ovvero, tutti noi sappiamo che da svariati lustri c’è una narrazione ideologica che continua a dipingere la Dc come una sorta di “associazione a delinquere”, un partito “legato alla mafia”, un “luogo di clientele e di malaffare” e, dulcis in fundo, un partito che si è esclusivamente votato a “gestire il potere” rinunciando a qualsiasi strategia politica e progettuale di medio/lungo termine.
Parliamo, cioè, degli storici detrattori che non si sono ancora stancati di criminalizzare la Democrazia Cristiana, di ridicolizzare i suoi leader e statisti e, in ultimo, di ridurre questo partito ad un inesorabile “inciampo della storia”. Storici detrattori che continuano tuttora a pontificare nei talk televisivi, negli editoriali della grande stampa e, come ovvio e scontato, nelle case editrici storicamente avverse all’impegno pubblico dei cattolici. Vabbè, riflessioni che sappiamo, appunto, da svariati lustri.
Il rischio dell’appropriazione indebita
Ma, accanto a questa corrente, peraltro pubblica, antica e ben consolidata nella cultura italiana anti democristiana e anti cattolica che non ha mai avuto alcun minimo dubbio in merito alle loro deliranti e strampalate teorie e paradigmi interpretativi, ne esista un’altra che forse è ancora più insidiosa.
Ed è quella che, pur sostenendo tesi politiche e teoremi culturali radicalmente distinti, distanti se non quasi antropologicamente alternativi rispetto alla storia concreta della Dc, sostiene candidamente di rifarsi al pensiero, alla storia, alla tradizione e alla cultura del cattolicesimo politico italiano.
E qui rientra, appunto e a pieno titolo, il populismo e, soprattutto, il trasformismo del capo dei 5 stelle Giuseppe Conte.
Lasciate la Dc alla sua storia
Ecco la morale della favola. Io non credo che la Dc, la storica esperienza politica, culturale, sociale, istituzionale e forse anche etica di questo partito, meriti questo continuo e reiterato doppio oltraggio.
Non lo merita per un motivo molto semplice. Perchè queste semplificazioni volgari, pretestuose, dogmatiche e alimentate da pregiudizi ideologici e moralistici, rispondono a teoremi che non hanno alcuna attinenza con la realtà che ha visto protagonista la Dc per quasi mezzo secolo nella società italiana.
Ed è anche per questi motivi che, con umiltà ed educazione, diciamo una cosa sola ai Conte, ai detrattori storici e ai demolitori scientifici di questa cultura politica e dei rispettivi leader e statisti: lasciate la Dc alla Dc.
Cioè ai democristiani – che sono ancora tanti, tantissimi –, ai cattolici popolari, democratici e sociali e a tutti coloro che non hanno mai tradito quel pensiero, quella cultura, quella tradizione e quel metodo di fare politica.
Nonchè ai milioni di italiani che continuano ad individuare nella prima repubblica, e nello specifico nel ruolo e nell’azione della Dc, una stagione che ha permesso all’Italia di crescere nella libertà, nella democrazia, nella giustizia sociale e nel profondo e quasi religioso rispetto della Costituzione e dei suoi valori e principi. Il resto, piaccia o non piaccia, è solo perdita di tempo.
