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La democrazia dell’alternanza sacrificata sull’altare dell’odio politico

La radicalizzazione dello scontro tra maggioranza e opposizione rischia di cancellare una delle regole fondamentali della democrazia. Dal “confronto” di Moro allo scontro pregiudiziale, il confronto civile lascia il posto alla delegittimazione dell’avversario.

Il disegno moroteo e il valore dell’alternanza

Dobbiamo prenderne atto, con tristezza e anche con un po’ di rassegnazione. Uno degli aspetti centrali della migliore cultura democratica e costituzionale, ovvero la democrazia dell’alternanza, in Italia si è pericolosamente, se non definitivamente, eclissato.

Parlo, nello specifico, anche dell’antico ma sapienziale disegno politico moroteo che, già a metà degli anni Settanta, e quindi in un contesto politico e storico profondamente diverso rispetto a quello contemporaneo, aveva previsto la necessità e l’indispensabilità di costruire una vera democrazia dell’alternanza.

Certo, in quella stagione c’era ancora la Dc, che garantiva la libertà e la democrazia nel nostro Paese in alternativa al Pci, ancora profondamente legato al sistema dispotico, dittatoriale e illiberale dell’Unione Sovietica. Ma già si profilava, almeno nelle menti di quella straordinaria classe dirigente democristiana, la convinzione che proprio la democrazia dell’alternanza fosse la regola aurea destinata, in un secondo momento, a disciplinare le dinamiche concrete dell’assetto politico italiano. Anche dopo la fine e il tramonto della Democrazia Cristiana.

 

Dall’avversario politico al nemico da annientare

Ora, senza rivangare ciò che è concretamente accaduto nel corso della Seconda Repubblica, e per arrivare alle vicende che caratterizzano oggi la lotta politica nel nostro Paese, non possiamo non sottolineare che la democrazia dell’alternanza è stata sacrificata sull’altare della radicalizzazione del conflitto politico. Una radicalizzazione che ha come unico ed esclusivo obiettivo quello di distruggere l’odiato nemico politico.

Non è un caso, del resto, che il comune denominatore delle attuali alleanze, nello specifico quello dell’attuale coalizione di sinistra e progressista, sia annientare lo schieramento nemico e, in particolare, chi lo guida, cioè la premier Giorgia Meloni.

E non a caso questo è il filo rosso che lega il tutto e il contrario di tutto di questa alleanza. Ovvero, l’odio implacabile nei confronti della premier e dello schieramento di cui è leader ed espressione. Non è, la mia, una semplice opinione, ma un fatto oggettivo, perché lo dicono gli stessi leader e capi di questo cartello elettorale.

Una deriva, purtroppo, che ha contagiato anche alcuni settori del centrodestra, seppur in minor misura. Per due ragioni di fondo. Perché la criminalizzazione politica dell’avversario-nemico appartiene storicamente alla cultura della sinistra comunista ed ex comunista, da un lato, e perché, dall’altro, il moralismo di matrice populista ha fatto irruzione in questi ultimi anni nei settori che hanno cavalcato l’antipolitica di marca qualunquista e demagogica.

 

Quando scompare il confronto democratico

Da qui deriva l’emarginazione, speriamo non definitiva e irreversibile ma a oggi abbastanza evidente, della democrazia dell’alternanza. Perché quando l’obiettivo è solo ed esclusivamente quello di distruggere e annientare l’avversario-nemico, prima moralmente e poi politicamente, è di tutta evidenza che la democrazia dell’alternanza viene, di fatto, azzerata.

Viene meno, cioè, un civile, democratico e fisiologico confronto tra programmi alternativi, che si misurano altrettanto democraticamente per la conquista del potere e il governo del Paese.

È abbastanza chiaro, inoltre, che quando prevale la logica del nemico da abbattere e da distruggere, lo stesso imbarbarimento dello scontro politico diventa la regola e non più un’eccezione. Ciò che avviene nelle piazze sempre più violente, e il giustificazionismo che ne segue, ne costituiscono una conferma evidente e persino plateale.

 

La qualità della democrazia è in gioco

Una deriva che si può correggere, ma purtroppo non cancellare, solo se i principali protagonisti politici rinunciano alla logica perversa della demolizione, della distruzione e dell’annientamento del nemico.

Perché, fin quando l’interlocutore sarà considerato un esponente politico da distruggere e non un avversario con cui confrontarsi, sarà la stessa qualità della democrazia a entrare in crisi, uscendone sconfitta e umiliata.