Posso sedermi a questo tavolo?
Nell’uomo d’oggi è forte il desiderio di rappresentarsi, di lasciare un segno, anche minimo, del proprio passaggio sulla terra, fosse pure soltanto quello quotidiano. Ora ha a disposizione molti più strumenti. Gli inventori di Facebook, Instagram e delle altre piattaforme hanno reso un gran servigio, permettendo forme di comunicazione veloci e in quantità pressoché infinita. Non sempre, però, questo si traduce in un effettivo senso di comunità, sconfinando spesso e volentieri nell’incapacità di ascoltare l’altro. Ci si ferma alla prima, poco generosa fase dell’«ho detto la mia»!
Venute meno le ideologie, constatata la fiacchezza dei partiti, dei sindacati e degli altri tradizionali luoghi di rappresentanza, non è rimasto che il web per avvertire il mondo che ci sei anche tu ad abitarlo. Ci si espone al giudizio del prossimo, smentendo il Tasso quando scriveva: «Non coprì le sue bellezze e non l’espose».
Al contrario, si accetta il rischio di mettere in piazza un pensiero che andrà incontro a un mare indistinto di approvazioni e censure, provenienti da persone il più delle volte estranee alla propria vita. Siamo così di fronte a un’esplosione di commenti, di scintille del pensiero che viaggiano come in un continuo autoscontro, indifferenti alle conseguenze di un urto che, anzi, sembra dare maggiore carica per il prosieguo.
Dal tempo delle mele all’ora del web
Il conflitto è la benzina che dà fuoco ad altre polveri. Esplodere viene da plaudere, dal battere, nell’antichità, le mani verso il palcoscenico per cacciare via l’attore non meritevole di apprezzamento: il contrario del riconoscimento che oggi, invece, singolarmente gli si tributa.
Si esporta l’Io che ci appartiene con tutta naturalezza, perché ci sta stretto lo spazio ad intra che la natura ci ha confezionato addosso. Si mettono in conto conferme e disappunti che, nel marasma delle reazioni, perdono inevitabilmente il loro autentico valore.
Verso un’eccitante avventura, fermi da casa
In tutto questo c’è anche un coraggio più o meno consapevole. Si esplora l’universo della rete impavidamente, senza preoccuparsi dell’ignoto e di un destino che potrebbe anche non sorridere a chi si avventuri per agguantarlo.
Eppure all’esploratore è richiesta anche una certa prudenza: procedere sì, ma con cautela; indagare l’ambiente per metterlo a fuoco; comporre i pezzi uno dopo l’altro per decifrarlo. Il web ribalta questo approccio e sprona a lanciarsi senza paracadute, perché l’eventuale schianto è forse il brivido più atteso, anche se non lo si ammette.
Non aprite quella porta
Ciò malgrado, mai come in questo tempo siamo di fronte a un nuovo culto, quello della privacy che, tra leggi e regolamenti, ha posto garanzie a tutela di ciascuno, insieme a un mare di difficoltà per adempimenti che un tempo erano facilmente alla portata di mano.
PIN, password e chiavi di accesso sono ormai l’armamentario di cui è necessario dotarsi. Siamo di fronte a una contraddizione, a un braccio di ferro tra l’ansia di mostrarsi e quella di proteggersi a ogni costo dallo sguardo degli estranei. Non si sa più se dare retta a nomi e codici oppure al codice d’onore e al diritto-dovere della propria intimità.
Si fa fatica ad accordare queste due posizioni, che raccontano, da un lato, impeti indomabili a offrire il proprio collo al mondo e, dall’altro, un bisogno estremo di riservatezza, che restituisce consistenza e spessore a ciò che di sé va custodito nel migliore dei modi.
Non è possibile prevedere chi la spunterà. Per adesso siamo di fronte a un ulteriore, non trascurabile conflitto in corso.
Ci mancava anche questo!

