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La funzione sociale d’impresa e la prima generazione di stranieri in Italia

Come prenderci cura dei lavoratori migranti che invecchiano: una sfida sociale, economica e culturale che interroga il welfare pubblico, la responsabilità delle imprese e la coscienza civile del Paese

La storia di Omar: una biografia esemplare

Omar, nome di fantasia tratto da una storia vera, arriva nel nostro Paese dal Marocco nel 1998, a 38 anni, per lavorare nei campi. Per anni fa il bracciante agricolo, spesso in condizioni disumane; solo dopo molto tempo ottiene un contratto regolare e un lavoro che può forse chiamarsi dignitoso. Con quei sacrifici sostiene la famiglia d’origine e fa studiare i figli. Oggi, a 66 anni, senza un’occupazione e senza più le forze per lavorare, è malato di tumore. La moglie è morta lo scorso anno, i figli – anche loro emigrati – hanno con lui un rapporto difficile. A occuparsene sono i volontari delle Caritas parrocchiali, gli operatori sociali, i sanitari che provano a procurargli qualche farmaco. Senza reddito, la salute è diventata per lui un privilegio lontano.

 

Una nuova area di fragilità sociale

La storia di Omar è una delle migliaia che attraversano il nostro Paese. Tra il 2020 e il 2021, durante il mio breve servizio presso la Caritas Diocesana di Roma, nella Casa di Accoglienza Santa Giacinta, la condizione degli immigrati over 60 con patologie appariva già una frontiera di disagio che il welfare pubblico faticava a intercettare. Persone che avevano lavorato per anni arrivavano alla vecchiaia sospese tra malattia, povertà e solitudine, spesso invisibili alle statistiche e alle narrazioni pubbliche.

Secondo il progetto Immidem, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, oggi in Italia gli stranieri over 60 sono oltre 590.000 e circa 45.000 migranti convivono con disturbi cognitivi o demenza, incontrando barriere significative nell’accesso ai percorsi di diagnosi, cura e long-term care.

 

Dalla forza lavoro alla terza età

Per decenni l’immigrazione è stata letta come apporto di forza lavoro giovane, impiegata nei settori più faticosi e meno tutelati. Anche i dati del nostro Centro Studi mostrano che ad abbassare l’età media dei lavoratori sono soprattutto gli immigrati, risorsa essenziale per il Paese e per il tessuto produttivo. A garantire continuità in molti comparti sono proprio loro: uomini e donne che reggono intere filiere, spesso nei ruoli più esposti.

Ma il ciclo di vita è lo stesso per tutti. Quella prima generazione migrante entra oggi nella terza età con percorsi lavorativi frammentati, redditi bassi, contributi discontinui, reti familiari fragili o lontane. Le difficoltà, già grandi, che i nativi incontrano nell’assistenza agli anziani risultano amplificate quando si tratta di immigrati, per barriere linguistiche, assenza di prossimità familiare e minore capacità di accesso ai diritti.

 

Le domande che interpellano il sistema

Da qui nascono interrogativi inevitabili: chi si prende cura di queste persone quando vengono meno le energie e le tutele del lavoro? Le RSA e le strutture sociosanitarie sono pronte ad accoglierle, anche sul piano culturale e relazionale, oltre che economico? E chi sostiene i costi di percorsi di cura di lunga degenza per lavoratori con biografie contributive deboli o insufficienti?

L’invecchiamento degli immigrati non è un capitolo marginale, ma una nuova frontiera del sistema sociosanitario e politico. Per affrontarla occorre una presa di coscienza, una coscienza collettiva – direbbe Luigi Sturzo – che assuma questa realtà come questione civile, non come semplice emergenza da gestire ai margini.

 

La funzione sociale dell’impresa

In questo orizzonte entra in gioco la funzione sociale d’impresa. Nella prospettiva dell’economia civile e della dottrina sociale della Chiesa, l’impresa non è solo luogo di produzione, ma comunità di persone che concorre al bene comune. Se prendiamo sul serio la centralità della persona, l’impresa non può limitarsi a utilizzare il lavoro degli stranieri per poi voltarsi dall’altra parte quando quei lavoratori invecchiano o si ammalano.

La responsabilità sociale non si esaurisce nei bilanci di sostenibilità, ma si misura nella continuità dello sguardo sulla vita dei lavoratori lungo tutto il loro arco biografico.

 

Verso un’alleanza per il “dopo”

Da qui l’urgenza di sistemi di welfare aziendale e contrattuale, oltre che di strumenti di sanità integrativa, che guardino anche al “dopo”, prevedendo tutele specifiche per l’avanzare dell’età biografica. Non si tratta di sostituirsi al settore pubblico, ma di costruire un’alleanza responsabile.

Un’impresa che assume fino in fondo la propria funzione sociale contribuisce a prevenire le fragilità, riconosce il debito che il Paese ha verso quella prima generazione di stranieri e restituisce dignità a vite che non possono essere considerate “scarti” una volta terminata la loro “utilità” produttiva.

È anche da come sapremo guardare a questi anziani che si misurerà il domani dell’Italia.

 

Antonio Zizza, Direttore Scientifico del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale