Home GiornaleLa parodia del “partito dei sindaci” domani in scena a Roma

La parodia del “partito dei sindaci” domani in scena a Roma

Il tentativo di utilizzare l’esperienza civica come orpello del campo largo rischia di trasformarsi in un cartello elettorale senz’anina. Non siamo ai tempi di Rutelli o Bassolino.

A pochi giorni dal 2 giugno, Roma tornerà a ospitare un’onorata squadra di amministratori locali. Ma tra i due appuntamenti esiste una differenza sostanziale.

Il 2 giugno oltre seicento sindaci, in rappresentanza delle comunità italiane, hanno aperto la Festa della Repubblica. Erano lì come espressione delle istituzioni territoriali, salutati con affetto dal Presidente della Repubblica e dai cittadini per il ruolo di raccordo che svolgono tra Stato e comunità locali.

Domani, invece, un altro gruppo di amministratori locali — nel solco del “partito dei sindaci”, evocato più volte negli ultimi trent’anni — si riunirà con l’obiettivo di dare vita a una nuova formazione politica al fianco di Schlein e Conte (sembra più di quest’ultimo). Non più rappresentanti di un limpido disegno politico, bensì di logiche strumentali.

 

Il limite strutturale del partito dei sindaci”

In effetti, la prima domanda è stringente: quali istanze politiche nuove porterebbe questa formazione che non trovano già spazio nei partiti presenti in Parlamento?

La Costituzione incoraggia la partecipazione politica, ma qui emerge una peculiarità: il quasi “partito dei sindaci” sarebbe composto da persone che esercitano una funzione istituzionale temporanea. E proprio la temporaneità rappresenta il suo limite principale.

Ogni anno le elezioni amministrative modificano profondamente la composizione degli enti locali. Chi oggi entra nel progetto potrebbe uscirne nel giro di pochi mesi o alla fine del mandato. Una quota significativa della classe dirigente sarebbe dunque destinata a un ricambio continuo.

È difficile immaginare, in queste condizioni, la costruzione di una visione politica stabile, con un chiaro indirizzo politico nazionale. Più realistico pensare, a sprezzo del ridicolo, a una forma di rappresentanza corporativa degli amministratori locali.

 

Governare un Comune non significa governare il Paese

Vale la pena ripeterlo. Amministrare bene una città è certamente un merito, non implica automaticamente la capacità di interpretare gli interessi generali della nazione.

La comunità nazionale non coincide con la semplice somma delle comunità locali. Governare il Paese richiede una visione complessiva: politica estera, economia, coesione sociale, rapporti internazionali, equilibrio istituzionale.

Per questo il rischio è che il cosiddetto “partito dei sindaci” o degli amministratori locali si trasformi soprattutto in uno strumento di selezione elettorale: sindaci popolari che cercano nel Parlamento una naturale prosecuzione della propria carriera amministrativa.

Il meccanismo non è nuovo. In passato anche organizzazioni economiche e associazioni di categoria hanno cercato una rappresentanza diretta nelle assemblee legislative per presidiare i propri interessi.

 

Un cartello elettorale più che un nuovo soggetto politico

Se si osservano le finalità dichiarate del progetto, invero molto esile, appare evidente la natura prevalentemente elettorale dell’operazione.

Più che un nuovo partito nazionale, sembra delinearsi un cartello politico-amministrativo costruito attorno alla notorietà -locale dei suoi aderenti.

Resta allora un interrogativo finale: questa nuova offerta politica riuscirà davvero a parlare a quel vasto elettorato che da anni diserta le urne? Oppure interesserà soprattutto chi già vive dentro i circuiti della rappresentanza istituzionale, in specie quella del proteiforme campo largo?

La risposta, naturalmente, spetta ai lettori. Ma sarà interessante capire quanti dei sindaci applauditi il 2 giugno come simboli delle autonomie locali sceglieranno ora di trasformare quel consenso civico in una personale prospettiva politica nazionale. Non siamo ai tempi di Rutelli o Bassolino.