Discreto e un po’ misterioso, l’avvicinamento della famiglia Berlusconi alla politica dei nostri giorni annuncia qualche novità. Infatti cambia la leadership di Forza Italia e si intuisce che possa cambiare anche l’atteggiamento verso il governo Meloni. Facendosi per così dire meno affettuoso di quanto non fosse all’apogeo della guida di Antonio Tajani. Nulla di clamoroso e neppure di troppo esplicito. Almeno fin qui.
Ma se si cerca di leggere tra le righe pare evidente che i figli del Cavaliere propendono per una politica che conceda qualcosa di meno allo scontro frontale e magari qualcosa di più alla eterna tentazione di un rimescolamento di carte. È la suggestione del “pareggio”, e cioè l’idea che all’indomani del voto, se non dovesse esserci un verdetto così netto, varrebbe la pena di cercare soluzioni più trasversali ai dilemmi della governabilità. Tanto più in presenza di una situazione economica che si prospetta assai cupa.
Ragionamenti ipotetici, si dirà. Non suffragati da nessuna evidenza. E però questi ragionamenti richiamano una lunga tradizione politica tipica del nostro paese. Laddove si immagina sempre che la tessitura tra forze diverse ci sia più congeniale rispetto al bipolarismo muscolare di questi ultimi anni.
Sono i giri curiosi che fa la storia. Più di un trentennio fa la discesa in campo di Silvio Berlusconi avvenne nel nome di quel bipolarismo che all’epoca appariva come un potente fattore di modernizzazione. Sarebbe paradossale se l’iniziativa dei suoi figli ci facesse scoprire una novità politica di tutt’altro segno.
Fonte: La Voce del Popolo – Giovedì 23 aprile 2026
[Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del direttore del settimanale della diocesi di Brescia].
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