Le origini della politica-spettacolo
È stato Aldo Grasso, con la sua settimanale rubrica sul Corriere della Sera, “Padiglione Italia”, a ricordarmi la nascita dell’utile e veritiero paradigma di “politica-spettacolo”. Da decenni compagno di viaggio e struttura portante del dibattito pubblico e della democrazia dei nostri giorni.
Il titolo della sua rubrica di questa settimana era molto chiaro: “La cronaca in tv che diventa casting”. La cronaca televisiva che diventa cioè un provino per selezionare attori. In questo caso attori politici. Aldo Grasso ce l’aveva con Giuseppe Barboni, il caro amico imprenditore del ‘generale’ Vannacci tra i primi iscritti a Futuro Nazionale, che ha picchiato un povero migrante lungo una strada, poi intervistato in tv per il suo coraggio.
Ne parlò molto tempo dopo anche il politologo Giovanni Sartori col suo Homo Videns, ma in Italia il primo studioso che ha proposto e introdotto il termine “politica-spettacolo” è stato il sociologo Gianni Statera nel lontano 1986.
Dal leader politico all’attore della scena pubblica
Era ancora distante l’universo digitale, ma secondo Sartori l’“Homo Sapiens”, con il suo modo di ragionare, di leggere e scrivere, era stato sostituito da questo nuovo uomo postmoderno che misura e valuta tutte le sue conoscenze e le sue credenze sull’immagine televisiva.
Statera tuttavia, e in precedenza, dopo aver verificato la diffusione capillare della televisione era andato oltre. Aveva con lungimiranza fiutato il futuro, e quello che stava accadendo alla democrazia e ai partiti con le loro sceneggiate quotidiane.
Dopo un poco di anni scendeva infatti sulla scena della politica Silvio Berlusconi subito dopo un suo personale messaggio televisivo di 9 minuti, trasmesso su tutte le sue reti private Fininvest, e su quelle pubbliche della Rai. E, continuando a presidiare e intervenire su queste reti, nel 1994 viene eletto col suo personale e privato partito FI, e diventa Primo ministro.
Il pronostico azzeccato di Statera riguardava il modo di interpretare e decifrare la politica. Il mutamento del leader in un attore di spettacolo, e la trasformazione delle sue idee, del suo programma, e della sua etica, in un copione da ripetere ad ogni recita su qualsiasi palcoscenico. Anche nei suoi risvolti di menzogne e inganni.
Il leader, insomma, trasformato in un istrione con tutte le sue false parole. Con il suo modo di vestire, con la sua postura, ecc.
Dalla televisione all’IA: la sfida di disarmare parole e immagini
Da molto tempo, come sappiamo, una politica spettacolarizzata è ormai parte della nostra storia, ahimé, democratica, e con Donald Trump che fa quotidiane lezioni. Arrivata ai nostri giorni sui siti dei partiti-social “da remoto” e senza più le storiche sezioni territoriali, con i profili personali e privati del leader su diffuse piattaforme, e con il dilagare di consensi, insulti, e quant’altro.
Il tutto irreversibilmente trasformato in un quotidiano spettacolo teatrale, grazie alla moltiplicazione inverosimile dei canali televisivi, ai giornalisti alla ricerca di scoop e di ascolti, a un inedito narcisismo esibizionista dei leaders dei nostri giorni, che non si fanno più scrupolo se capovolgono la verità in falsità.
Basta parlarne e farsi vedere. Uno show quotidiano aggravato dall’uso della IA che trasforma il vero in falso, e la verità in menzogna. Sui cui drammatici esiti ci ha messo in guardia e avvertiti, strano a dirsi, papa Leone XIV nella sua Enciclica Magnifica Humanitas, quando nel paragrafo 214 del cap. 5, ripetendo un suo precedente “Discorso agli operatori della comunicazione”, ha sottolineato l’esigenza e l’urgenza di “disarmare le parole”, e le immagini: “…dobbiamo dire no alla guerra delle parole e delle immagini”.
