Chiamiamola col nome che merita: non “Stabilicum”, che è già un’ironia involontaria, ma con il nome del suo primo firmatario: è il DDL Bignami.
Perché le leggi elettorali, cosa troppo spesso dimenticata, sono leggi di rango costituzionale, anche se non formalmente, e non sono certamente “tecnica neutrale”. Sono, al contrario, politica pura e chi le scrive se ne deve assumere la responsabilità.
Il trucco della “governabilità”
Questa proposta di riforma nasce mediaticamente con una promessa esplicita: garantire stabilità e governabilità. Ebbene: questa garanzia è semplicemente falsa. Non per un’opinione, ma per puro calcolo matematico.
Basta andare a verificare il testo https://www.camera.it/leg19/126?leg=19&idDocumento=2822
La legge, oltre ad abolire i collegi uninominali, introduce un sistema proporzionale prevedendo inoltre un premio di 70 seggi alla Camera (35 al Senato) da assegnarsi o direttamente al primo turno alla coalizione che raggiunga il 40% dei voti oppure dopo un ballottaggio tra le due coalizioni che dovessero aver superato il 35%.
Sembra chiaro? Non lo è affatto.
Perché con quel 40% dei 314 seggi distribuiti con il proporzionale sommato al premio di 70 seggi (totale 196) non si raggiunge la maggioranza assoluta dei 400 deputati. Per quella servono almeno due punti percentuali in più.
E se nessuna coalizione arriva al 35%? Il premio non scatta nemmeno: opera il proporzionale puro, senza alcun correttivo.
La tanto sbandierata promessa di governabilità certa, secondo la narrazione dei proponenti, svanisce.
E, ancora, il controbilanciamento garantista rispetto al rischio di eccessive maggioranze parlamentari? Per esserci, c’è: il premio non può portare la coalizione vincente oltre i 230 seggi. Ma si tratta di un meccanismo di garanzia solo apparente, dato che con le percentuali realistiche oggi in campo nessuna coalizione si avvicina neanche lontanamente al 51% necessario per far scattare quel tetto. È di fatto una clausola di facciata visto che non bilancia nulla: nasconde solo l’assurdità di una legge che riesce ad essere perfino peggio del già pessimo sistema attuale nel sacrificare la rappresentatività oltre la soglia della ragionevolezza (come raccomandato invece dalla giurisprudenza costituzionale citata, paradossalmente, nella stessa relazione introduttiva alla legge).
Il vero obiettivo politico
La motivazione dichiarata, evitare il rischio pareggio, è una narrazione mendace, per essere chiari. Una classe politica degna non deve cercare escamotage per impedire un pareggio elettorale, ma deve invece essere in grado di recepire e gestire tale possibile esito quando lo stesso è legittimamente lo specchio fedele delle posizioni politiche dell’elettorato. In altre parole una classe politica non deve ergersi a supplente nell’attribuire pesi diversi, e oltretutto così tanto diversi, ai voti espressi.
Qual è allora la vera motivazione che ha portato a questo DDL?
Una prima motivazione, di natura prettamente tattica rispetto ai sondaggi attuali: la “provvidenziale” (per il centrodestra) cancellazione dei collegi uninominali che, soprattutto al Sud, favorirebbero un centrosinistra con candidature correttamente coordinate.
Ma la motivazione vera, strategica, è quella potenzialmente più destabilizzante per il corretto funzionamento degli equilibri istituzionali. Dopo il fallimento del presidenzialismo, poi del premierato, questa legge tenta di introdurre surrettiziamente un premierato di fatto attraverso la via elettorale.
Come?
L’obbligo per i partiti di indicare preventivamente il nome del candidato alla presidenza del Consiglio da indicare al Presidente della Repubblica non è né può essere vincolante (l’articolo 92 della Costituzione è chiaro), ma sicuramente è un pesantissimo condizionamento politico nonché una sostanziale invasione delle prerogative del Capo dello Stato.
La sola riforma sensata
Se proprio si vuole riformare la legge elettorale, indecentemente per l’ennesima volta a un anno dalle elezioni, esiste una sola strada auspicabile: un sistema proporzionale vero, con una soglia di sbarramento seria: 3 o 4%, con l’aggiunta delle preferenze.
Non perché il proporzionale sia la soluzione a tutti i mali della democrazia italiana. Ma perché è l’unico sistema che rimette i partiti di fronte alla necessità di dirci chi sono e quali istanze si propongono di rappresentare.
Con le preferenze, è l’unico sistema che restituisce a ogni elettore il diritto elementare di scegliere il proprio rappresentante e di far pesare correttamente il suo diritto di cittadinanza. È l’unico sistema, inoltre, che rimette veramente al centro di una repubblica parlamentare quale siamo, è bene ricordarlo, il Parlamento.
Stabilità o immobilismo?
La stabilità politica, d’altra parte, non si produce con le norme: è una questione politica, non normativa. Dipende dalla coesione delle coalizioni, dalla qualità della classe dirigente, dalla capacità di costruire un consenso reale.
Ma soprattutto la stabilità non va confusa con la mera durata dei governi. Un governo può durare cinque anni ed essere paralizzato, ostaggio dei veti incrociati di alleati incompatibili tenuti insieme solo dalla legge elettorale che li ha forzati nella stessa coalizione. Non è stabilità, è immobilismo travestito.
La stabilità virtuosa è quella la cui “fecondità” è garantita dalla reale e continuata coesione politica delle maggioranze e che può perfino prevedere più Governi nella stessa legislatura. Nessuna legge elettorale ha mai prodotto stabilità in questo senso vero del termine, e questa, con i suoi premi eventuali e i suoi calcoli impossibili, meno di tutte.
Quel che resta, se la proposta venisse approvata, è una Repubblica parlamentare solo sulla Carta. Con un Parlamento nominato, un premier sostanzialmente pre-indicato e istituzioni di garanzia esposte alla maggioranza gonfiata dal premio.
Allarme è la parola giusta. Usiamola.
