Home GiornaleMarco, quel tipo sinistro

Marco, quel tipo sinistro

Un ritratto di Marco Pannella che ne ricostruisce la matrice liberalsocialista e la vocazione libertaria: un radicale “di sinistra”, capace però di trasformare le battaglie civili in una nuova idea della politica come esperienza totale della vita.

Si sostiene spesso, e a ragione, che Marco Pannella, che ho avuto l’onore di conoscere di persona, non sia riducibile alle classiche categorie di destra, centro o sinistra. E tuttavia mi sento di dire che egli sia, innanzitutto e per lo più, un figlio della sinistra, delle sinistre. Quale sia la sua matrice culturale è noto: l’ideale liberalsocialista, per qualche anno incarnato dal Partito d’Azione. Prima e più di tutti, però, già negli anni Cinquanta, egli comprende che la parabola azionista si è conclusa. Non era realistico provare a riesumarla. Quell’ideale andava diversamente vissuto e declinato, trasposto in altre lotte e in altri luoghi dell’agone pubblico. 

Marco, insomma, rispetto alla stessa vicenda radicale e della sinistra liberale, incarna una nuova consapevolezza: antichi steccati vanno superati, vita e politica vanno ricongiunte. Ecco la nuova frontiera. Politica e vita: qui si situano mille e mille battaglie, dal federalismo europeo al divorzio, dal voto ai diciottenni alla fine dei lager psichiatrici, dalla depenalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza al superamento dei proibizionismi, dall’abolizione dell’ergastolo alla lotta contro lo sterminio per fame,dall’umanizzazione delle carceri al “no” al rinnovo delle “servitù militari” e altre ancora.

Se provassimo a condensare il tutto, la formula ci verrebbe donata dallo stesso Pannella: “per la vita del diritto e il diritto alla vita”.

E a Marco mi viene da dedicare ciò che scrisse Carlo Rosselli sul numero 1 (gennaio 1932) dei Quaderni di Giustizia e Libertà: «Il liberalismo, prima ancora che una filosofia e una politica, è un atteggiamento dello spirito. Liberali non si nasce, si diventa. E si diventa attraverso uno sforzo incessante di conoscenza degli altri e di sé, attraverso un perpetuo esercizio delle proprie facoltà. 

La fede del liberale è una fede virile fondata sulla ragione. In questa sua razionalità sta ad un tempo la sua debolezza e la sua forza. Debolezza, perché esclude le rivelazioni folgoranti, le conversioni d’impeto; forza, perché una volta conquistata dà a chi la possiede un senso più pieno e sicuro della vita. 

Nessun errore maggiore che vedere nel liberale uno scettico, un passivo. Il liberale è un credente che afferma la libertà dello spirito umano, che proclama l’uomo unico fine, che ha fede nella perfettibilità del genere umano, che è animato da una insoddisfazione perenne per tutte le posizioni acquisite, per tutte le lotte conchiuse e le mortifere quieti. 

Il liberale è un combattente, un intervenzionista nato: è tout court l’uomo moderno. 

Nella sfera individuale esso reclama l’autonomia della coscienza, il rispetto di una sfera invarcabile di indipendenza dell’uomo. Nella sfera associata esso reclama autonomia per tutti gli spontanei raggruppamenti di uomini, gruppi, classi, chiese, nazioni e la ripulsa da ogni violenza. 

Le due sfere sono indissolubilmente connesse. La libertà non ha senso riferita all’uomo isolata. L’uomo vive associato e il concetto di libertà è necessariamente universale. Una libertà di singoli, di caste, di classi, di superuomini non è libertà: è privilegio».

Marco, poi, ha originalmente trasposto a livello nazionale e globale le luminose esperienze nonviolente del Mahatma Gandhi o di Martin Luther King.