L’incontro annuale della Segreteria di Stato per gli Affari Esteri con il Corpo Diplomatico e Consolare sammarinese, svoltosi il 2 settembre, è stato preceduto dall’udienza concessa dagli Ecc.mi Capitani Reggenti, S.E. Alice Mina e S.E. Vladimiro Selva, a Palazzo Valloni. Tra i contributi proposti nel corso dei lavori merita particolare attenzione quello di Nicola Barone, Inviato Straordinario della Repubblica di San Marino, dedicato alla sovranità digitale.
I dati, nuova materia prima strategica
La relazione del mangar di lungo corso – da anni ricopre la carica di Presidente di Tim San Marino – muove da una tesi netta: nell’economia del cloud e dell’intelligenza artificiale, la sovranità digitale non rappresenta più una questione meramente tecnica. È diventata un fattore di sicurezza nazionale, autonomia economica e libertà decisionale. I dati sono il «nuovo petrolio», ma acquistano valore soltanto attraverso la capacità di raccoglierli, elaborarli e proteggerli. Il cloud diventa così, nell’efficace immagine proposta da Barone, la «raffineria» del XXI secolo.
È un passaggio particolarmente lucido della relazione, perché porta la questione tecnologica direttamente sul terreno della sovranità politica. La dipendenza da grandi operatori sottoposti a giurisdizioni straniere può infatti trasformarsi in una vulnerabilità strutturale, tanto più delicata quando sono coinvolti dati pubblici, brevetti, segreti industriali e infrastrutture essenziali.
Le tre dimensioni della sovranità
Barone individua tre livelli fondamentali. Il primo è la sovranità dei dati, cioè la possibilità di assicurare che il loro controllo giuridico rimanga coerente con la giurisdizione nazionale, anche attraverso strumenti crittografici gestiti da operatori nazionali.
Il secondo livello è la sovranità operativa: backup, disaster recovery e continuità dei servizi devono poter essere garantiti anche in condizioni di crisi geopolitica. Energia, trasporti e sanità non possono dipendere integralmente da infrastrutture sulle quali uno Stato non esercita alcun controllo.
Il terzo è la sovranità tecnologica, necessaria per ridurre il vendor lock-in, mantenere competenze ICT proprie, utilizzare standard aperti e non subordinare le scelte nazionali alle strategie dei grandi provider globali.
Autonomia, non autarchia
È forse questo il punto politicamente più interessante dell’intervento. Sovranità digitale non significa isolazionismo tecnologico. Barone propone piuttosto un modello pragmatico, capace di integrare le tecnologie degli hyperscaler con provider locali e partenariati pubblico-privati, distinguendo inoltre tra dati ordinari, critici e strategici secondo il diverso livello di protezione richiesto.
Per San Marino, proprio le dimensioni contenute possono trasformarsi in un’opportunità: costruire un ecosistema digitale sicuro, governabile e aperto all’innovazione può favorire investimenti e competitività. È la conclusione coerente di una relazione puntuale e lungimirante: l’autonomia digitale non è chiusura, ma una nuova condizione della libertà degli Stati. Nell’epoca dei dati, innovare senza dipendere diventa parte integrante dell’esercizio stesso della sovranità.

