Fra i tanti semplici ricordi della mia giovane età, ce n’è uno in particolare che ho compreso soltanto dopo, grazie alla lettura di alcuni validi studiosi. È il ricordo di un docile vento che soffia su un’intera città e che, con il tempo, ha assunto per me un significato allegorico.
Quelle letture mi hanno aiutato a capire quanto influisca “l’aria che si respira” sulla vita delle persone, sui comportamenti, sulle relazioni e persino sulla qualità della democrazia politica.
Quest’aria riguarda la natura sociale dell’uomo, le sue relazioni e quella radice, spesso sotterranea, dei suoi valori morali, politici ed economici, seminata e “soffiata” dalla religione cristiana e dai suoi molteplici influssi sull’intera società civile.
Da Marx a Tocqueville: il peso della religione
Karl Marx aveva legittimamente in mente lo sfruttamento della classe operaia del suo tempo. Ma con la religione definita “oppio dei popoli” ha toppato alla grande. Perché, ancor prima di Max Weber e delle sue stimolanti riflessioni sull’etica protestante e lo spirito del capitalismo, fu Alexis de Tocqueville, con il suo viaggio in America del 1831 e il successivo libro sulla democrazia di quel Paese, a far capire quanto pesino i valori religiosi e quanto profondamente possano influenzare una società: nei suoi costumi, nella morale pubblica, nelle istituzioni democratiche.
Senza dimenticare quel diffuso civismo comunitario, quasi antesignano della sussidiarietà, che Tocqueville osservò nella nascita di tantissime associazioni, espressione di quei livelli intermedi sui quali può poggiare una democrazia realmente partecipata.
Non male per un aristocratico francese che si era recato in America per altri scopi. Bisogna solo ringraziare il cielo che il presidente, in quegli anni, fosse Andrew Jackson e non Donald Trump.
C’è dunque ancora oggi un humus culturale e sociale che scaturisce dai fondamentali e diffusi valori cristiani e dall’aria religiosa che si respira?
E quanto incidono, sulla qualità morale di un Paese, sulla società e sulla stessa democrazia liberale, la crisi o la scomparsa di questi valori?
E infine: che cosa si può fare per leggere i segni dei tempi alla luce dei valori cristiani, con la “concretezza” sturziana, senza pensare che la soluzione consista necessariamente nel fondare un partito, cattolico o cristiano che sia, e tuttavia evitando che quel vento di valori si spenga del tutto?
Lo dico con un taglio del tutto laico. Perché l’azzeramento dei valori religiosi, la continua crescita della secolarizzazione, i cambiamenti strutturali in atto e l’aria che respiriamo, sempre più segnata da un individualismo digitale senza intermediari, mi spingono a pensare che questi valori si siano pericolosamente avviati sulla strada dell’irrilevanza, con ripercussioni sociali ancora in gran parte inesplorate.
Quella brezza che saliva dallo Stretto
Vado alla metafora.
Vivo nella storica Roma ormai da moltissimi anni. Ma sono nato e cresciuto in una bella città meridionale, ricostruita sulle macerie del violento terremoto che, agli inizi del secolo scorso, l’aveva quasi interamente distrutta. Si tratta di Reggio Calabria.
Una città tutta affacciata sul mare, con i monti Peloritani della Sicilia davanti agli occhi, a circa dieci chilometri di distanza, e quello Stretto, di fronte a Messina, che per Giovanni Pascoli era «un luogo sacro, dove le onde greche vengono a cercare le latine; e qui si fondono…».
I ricordi di quando ero ragazzo mi hanno spesso riportato alle sue vie, ancora libere dalle macchine e dai motorini, ma piene di ragazzi che, come me, giocavano per strada con giochi semplici, oggi quasi del tutto sconosciuti e sostituiti dal cellulare tenuto ben saldo tra le mani, davanti agli occhi.
Verso le otto di sera, nella tarda estate, saliva da quelle acque calme, piatte come l’olio, una brezza marina da incanto. Era satura di profumi di alghe e salsedine, di odori di pesci e crostacei. Profumi che si fondevano insieme e che, sospinti dal delicato vento di borea proveniente da nord, fra Scilla e Cariddi, accarezzavano il volto degli abitanti, distendevano gli animi e davano un certo sollievo all’intera città.
Si aprivano persino le finestre per lasciare entrare quel dolce venticello.
E quella brezza raggiungeva tutti: attraversava le classi sociali, le diverse idee, i differenti ceti e tutte le età. Era, insomma, una sorta di tacito benessere pubblico diffuso, accolto in silenzio e quasi senza farci caso, che in quelle ore l’intera città condivideva semplicemente respirando.
Quando il “Noi” comincia a lasciare posto all’“Io”
Dopo aver letto, come dicevo, alcuni studiosi, quel diffondersi dei profumi marini mi è sempre servito come metafora per comprendere alcuni valori del cristianesimo diffusi nella società: valori che per anni abbiamo respirato e introiettato quasi senza accorgercene e che hanno contribuito a formare la base di sentimenti morali precedenti alle loro successive sistemazioni teoriche. Valori comuni sui quali si è potuta costruire la polis, allargandola poi a Stati, nazioni, città e paesi.
La sociologia delle religioni e i suoi grandi studiosi possono aiutarci a comprendere questo fenomeno. Parliamo infatti di valori diffusi e praticati sottotraccia, che ai nostri giorni stanno gradualmente perdendo la loro efficacia sociale.
E con essi rischiano di indebolirsi anche i legami fra le persone. Si spezza il “Noi” e tende a prevalere l’“Io” — anch’esso, per alcuni aspetti, riconducibile alla matrice luterana e calvinista — mentre si allentano quei vincoli di rispetto e comprensione fra diversi che, nonostante le guerre tra Stati e nazioni che la storia ci ha consegnato, e benché la stessa Chiesa cattolica abbia le sue responsabilità, hanno comunque contribuito a formare comunità orientate verso quello che chiamiamo bene comune.
Sono fattori morali, etici e religiosi che hanno avuto un peso fondamentale anche nello sviluppo economico e democratico.
Continua domani

