L’astensionismo è maggioranza ma nessuno l’ha visto arrivare

La democrazia si restringe. Una voragine si sta aprendo sempre più tra la politica e tanti cittadini che da tempo abdicano alle proprie libertà politiche rifugiandosi nel non voto.

Aiuto, si restringe la democrazia. Questo è il grido d’allarme uscito dalle urne per le elezioni europee. Ma mentre i partiti valutano le proprie performance tra peana e mea culpa nel perimetro della minoranza elettorale che si è espressa, poca attenzione viene data all’enorme dato dell’astensione dal voto che segnala il grave malessere della società. A questi milioni di cittadini che sono rimasti a casa sarebbe dovuto andare il primo pensiero dei leader, se tali sono. L’affluenza in Italia si è fermata al 49,69% mentre alle europee del 2019 era al 54,5% e nel 2014 al 57,22%: insomma, una disaffezione crescente. 

L’astensionismo pari al 50,31% (cioè 23 milioni di italiani circa) è il partito maggioritario vincente che segna una sconfitta della democrazia, della fiducia nelle istituzioni, nei partiti e nella cooperazione solidale. Una voragine si sta aprendo sempre più tra la politica e tanti cittadini che da tempo abdicano alle proprie libertà politiche rifugiandosi nel non voto. Cittadini rassegnati, indifferenti, passivi o disponibili anche a cedere a un “capo” parte della loro sovranità. Milioni di persone sono arrabbiate, spaesate, spaventate da trasformazioni veloci che non capiscono, spesso basate su informazioni sommarie o false. La paura delle guerre che ogni giorno entrano nelle nostre case con immagini devastanti alimenta la nostra destabilizzazione psicologica. Viene chiesta una difesa più efficace da fenomeni invasivi e destabilizzanti: migranti, crisi economiche, disuguaglianze, terrorismo, e criminalità. Essendo venuti a mancare riferimenti e confini certi, non necessariamente giusti ma rassicuranti, si cercano politici forti che riportino l’orologio indietro a un passato meno caotico. Disposti anche a rinunciare ad alcune libertà in cambio di un raddrizzamento di un mondo che sembra loro muoversi al contrario. La democrazia, con i suoi meccanismi complessi e inclusivi di ogni diversità, sembra a molti una utopia che non protegge nell’immediato.  

Anche la crisi della democrazia statunitense è emblematica, caratterizzata da slogan che inneggiano a un passato migliore. Già nel 1966 Robert F. Kennedy avvertiva dai rischi derivanti da una globalizzazione troppo accelerata rispetto al passo dell’uomo. 

Certo il risultato complessivo delle elezioni europee consegna un parlamento ove le forze europeiste mantengono la maggioranza. Ma la forte crescita della destra in Germania e in particolare in Francia, ove Macron reagisce con la terapia d’urto delle elezioni anticipatissime, certamente provocano notevoli scosse telluriche. Giorgia Meloni in Europa è ora a un bivio, gli spetta la non facile scelta politica riguardo a come collocarsi e a quale ruolo giocare. 

Se le democrazie rappresentative hanno perso appeal e non sono in grado di comprendere e dare risposte alle frustrazioni, alle condizioni di precarietà e alle diseguaglianze che gonfiano le vele dell’astensionismo e dei populismi, la situazione è grave. Chi ha ancora la testa sul collo deve prendersi la responsabilità di organizzare risposte  per evitare involuzioni che, attraverso percorsi di personalizzazione del potere, possano condurre a soluzioni autocratiche. O forse fa comodo così?

In Ue occorre una forma di governo più rapida ed efficace perché con 27 paesi aderenti (8 in lista di attesa per l’ingresso) gli attuali processi sono troppo lenti soprattutto per quanto riguarda la difesa comune e i servizi pubblici sanitari, ove la cannibalizzazione del personale, carente ovunque, rischia di creare tensioni tra i paesi. La risposta ai salari esigui poi è esiziale. Occorre che il servizio pubblico televisivo italiano porti l’Europa nelle case degli italiani per farla diventare più familiare e comprensibile. Fatta l’Europa rimane da fare gli europei. Nel nostro paese occorre una rivitalizzazione dei momenti di partecipazione attiva alla vita civile delle comunità. Stiano attenti i leader vincenti a non brindare troppo, rimangano sobri e lucidi perché altrimenti rischiano di non vedere arrivare la fine della democrazia che, come sappiamo, non é mai acquisita per sempre.