Le tre culture della migliore stagione democratica
Ci sono tre caposaldi essenziali che sono stati clamorosamente dimenticati o, peggio ancora, archiviati durante gli anni della cosiddetta seconda repubblica. E si tratta di tre caposaldi che, paradossalmente, restano di una straordinaria attualità e modernità anche nell’attuale stagione politica italiana. Parlo, cioè, delle tre grandi culture che hanno, appunto, caratterizzato la miglior stagione democristiana e delle forze democratiche del nostro paese. Ovvero, la cultura di governo, la cultura della coalizione e la cultura della mediazione. Tre aspetti che, quando mancano o vengono richiamati solo con una modalità burocratica e protocollare, rischiano di mettere in crisi l’intero impianto democratico.
Populismo e crisi della mediazione
Del resto, è appena sufficiente gettare uno sguardo, anche solo rapido, sul comportamento concreto e politico delle principali coalizioni per rendersi conto delle degenerazioni che le accompagnano. E questo per una ragione persino troppo semplice da spiegare. E cioè, quando in una coalizione prevalgono le forze populiste, massimaliste ed estremiste è quasi scientifico, nonché scontato, che la cultura di governo e la cultura della mediazione vengono sacrificate sull’altare di altri disvalori. Appunto, il populismo e l’estremismo sono incompatibili con la cultura di governo. E quando, di conseguenza, le venature illiberali e le tentazioni autoritarie prevalgono è la cultura della mediazione a pagarne il prezzo più alto.
La vera rivoluzione democratica
Ed è per queste ragioni essenziali e decisive che oggi si può tranquillamente sostenere che la vera rivoluzione democratica, al di là della propaganda delle forze populiste, radicali ed estremiste, resta quella di saper recuperare e, soprattutto, inverare le costanti che hanno segnato la miglior stagione del passato democratico del nostro paese. E questo perché senza una cultura della coalizione prevalgono solo i cartelli o, meglio ancora, le ammucchiate elettorali contro il nemico politico giurato, come sta puntualmente capitando nella politica contemporanea; senza una vera cultura della mediazione hanno il sopravvento le spinte estremiste ed integralistiche e, infine, senza una credibile ed efficace cultura di governo la tentazione populista e demagogica non ha rivali.
L’eredità democratica della Dc
Si tratta, cioè, di sapere contrastare le derive e le degenerazioni che sono strettamente connaturate a molte delle formazioni politiche attuali. E per combattere concretamente queste derive e queste degenerazioni, piaccia o non piaccia, esiste una sola ricetta realmente consigliabile e praticabile. Ovvero, come dicevo poc’anzi, sapere riscoprire e riaggiornare quelle costanti che hanno segnato in profondità il cammino della democrazia senza strappi e senza forzature nel corso degli anni. Costanti che affondano le loro radici nella cultura, nella storia e nell’esperienza concreta della Democrazia Cristiana.
Non si tratta, cioè, di farsi catturare dalla nostalgia o dal mero rimpianto del passato. Al contrario, e molto semplicemente, occorre prendere atto che dalla natura democratica, liberale e costituzionale di un partito si plasma la natura democratica, liberale e costituzionale di una coalizione. E, al riguardo, la storia e l’esperienza della Dc erano e restano un modello per tutti coloro che vogliono ancora praticare un modello democratico per il futuro del nostro paese.
