Giorgio La Pira definiva il lavoro un atto creativo, necessario allo sviluppo, all’elevazione e al perfezionamento della persona, voluta ad imago Dei. Ciò significa che l’attività umana, pur nella sua funzione strumentale, non può essere confinata nei campi dell’agricoltore, fra le botteghe degli artigiani, nelle catene di montaggio di una fabbrica o tra le pareti di un ufficio. Il lavoro, quando è praticato con dignità e professionalità, accompagna la vita di una persona e ne favorisce una crescita che non è soltanto professionale, ma anche umana, relazionale e, se vogliamo, spirituale.
Eppure, anche per chi oggi riesce ad avere un’occupazione dignitosa, lo stress, la stanchezza psicofisica e il peso delle mansioni si fanno sempre più evidenti. Una ricerca Gallup del 2026, richiamando il mancato coinvolgimento dei lavoratori, rileva che il 40% degli intervistati ha sperimentato stress nella giornata precedente. Questo, insieme ad altri fattori, alimenta il rischio di burnout e, nella vita delle imprese, può tradursi in assenteismo, perdita di speranza e impoverimento dei territori. La persona rischia così di smarrire nel lavoro uno dei mezzi, forse il più importante, attraverso i quali elevarsi e perfezionarsi. Di conseguenza, si indeboliscono il contributo creativo all’opera umana e il legame con l’impresa, che appare sempre più distante.
Una ricerca sul benessere integrale nelle micro e piccole imprese italiane, promossa dal Centro Studi della CONAPI Nazionale e ancora in fase di raccolta dei dati, registra una crescente attenzione degli imprenditori per la conciliazione dei tempi di vita, la salute psicologica e la gestione dello stress. Tradurre questa consapevolezza in buone pratiche resta tuttavia difficile, soprattutto quando mancano tempo, risorse e competenze specifiche.
Il lavoro come atto umano
Occorre allora domandarsi se il disagio che attraversa il lavoro possa essere affrontato soltanto con misure organizzative, pur necessarie, o se richieda anche un diverso modo di “abitare” le responsabilità quotidiane. Contratti dignitosi, retribuzioni giuste, salute, sicurezza e ritmi sostenibili restano doveri dell’impresa e responsabilità delle istituzioni. Da soli, però, non bastano a dare qualità ai rapporti professionali, a custodire la lucidità quando cresce la tensione o a ricostruire quel senso di appartenenza senza il quale persino un’attività ben retribuita può diventare estranea a chi la svolge.
Se il lavoro è un atto umano, come insegna la Dottrina Sociale della Chiesa, oltre agli strumenti e alle garanzie conta la persona che lo compie, ovvero il modo in cui affronta le difficoltà, esercita la libertà, prende decisioni oppure supera un conflitto. Si colloca qui il volume di Andrew V. Abela, Super Habits. Il sistema universale per una società libera e felice, edito da Rubbettino nel 2026, del quale, insieme al professor Flavio Felice, abbiamo curato l’edizione italiana. Il libro riprende il concetto di «habitus» elaborato da Tommaso d’Aquino e lo riporta nell’esperienza contemporanea. Ordine, Giustizia, Autocontrollo, Coraggio e Perdono, solo per citarne alcune, non sono presentati come formule edificanti, ma come disposizioni che entrano nella vita ordinaria, nel modo di guidare un’azienda, di lavorare al suo interno, di collaborare o di rispondere a un errore. Coltivate nel tempo, queste virtù possono rendere piena la vita di chi lavora e più solide le comunità nelle quali il lavoro si svolge.
Le Super Habits non costituiscono un linguaggio o un dono riservato a pochi, ma sono il risultato di un esercizio costante, attraverso il quale ogni persona può maturare e ottenere benefici. Nel mondo del lavoro esse si manifestano nella parola data, in un gesto di gentilezza, nella disponibilità a collaborare, nella cura dell’altro, nella capacità di organizzare le proprie giornate, di non trasformare ogni dissenso in una contrapposizione personale e nell’impegno a imparare a perdonare, anche i nemici.
Virtù, benessere e produttività
Questo non significa che le Super Habits possano compensare le carenze di un’organizzazione. Nel mondo delle imprese, la qualità e la legalità dei contratti, l’equità delle retribuzioni, la tutela di luoghi sicuri e dignitosi, la garanzia del benessere integrale sono esigenze improrogabili. Una leadership responsabile, capace di esercitare l’Autocontrollo, il Perdono e l’Ordine, può però rafforzare la dimensione sociale dell’impresa: ne accresce l’efficacia, la rende più attrattiva e incoraggia i lavoratori a impegnarsi per il bene comune. D’altra parte, lavoratori che sappiano esercitare Gratitudine, Saggezza Pratica, Coraggio e Autodisciplina, per citare alcune delle virtù del sistema tomista riprese da Abela, sono più felici e, dunque, più produttivi.
A questo proposito, una ricerca del 2024 dell’Università di Oxford sottolinea il legame fra benessere e produttività. Un maggiore benessere si accompagna, in media, a una partecipazione più intensa, a una collaborazione più stabile e ad una produttività più efficiente. Non vuol dire trasformare la felicità in uno strumento per ottenere profitti, ma riconoscere che la condizione umana di chi lavora lascia un segno sulla qualità del lavoro e, nelle imprese, sulla capacità di produrre valore nel tempo.
Lo mostrano anche i risultati Gallup richiamati da Abela a proposito degli studenti della Busch School of Business della Catholic University of America. I laureati della scuola, che applicano il metodo selle Super Habits, sono molto richiesti dalle imprese e superano i loro coetanei nelle diverse dimensioni del benessere umano, sociale, personale e finanziario. Difatti, il loro coinvolgimento nel lavoro risulta quasi il doppio rispetto alla media americana. Sono dati molto importanti, poiché aiutano a comprendere come la preparazione professionale e la cura della persona non siano due percorsi estranei al mondo dell’impresa. Imparare buone abitudini, maturare un carattere più saldo e riconoscere il valore delle relazioni può accompagnare i giovani quando entrano nel mondo del lavoro e quando sono chiamati a scegliere quale tipo persone desiderano diventare.
Educare il carattere, umanizzare l’impresa
Abela non offre soluzioni immediate né pretende di affrontare problemi economici, salariali, contrattuali e organizzativi soltanto con il linguaggio delle virtù. Invita, piuttosto, a non dimenticare che il lavoro è uno dei luoghi nei quali il carattere si forma. La produttività nasce dalla fiducia tra le persone, dell’esercizio delle virtù, dalla qualità dei rapporti umani (a cominciare da quelli con i colleghi) e dalla responsabilità con cui ciascuno vive il compito affidatogli.
Richiamando l’intuizione di Tommaso d’Aquino, la proposta di Abela dunque ci suggerisce di educare il carattere attraverso l’esercizio delle virtù. Le persone cambiano per mezzo di atti ripetuti nel tempo, scelti liberamente, fino a diventare migliori. È in questo senso che il concetto di habitus si inscrive nella persona e diventa il suo segno distintivo.
Applicare le virtù al lavoro significa riportare la produttività alla sua radice umana. Il valore di un’impresa non dipende soltanto dalle procedure, dalle tecnologie disponibili, dalla produzione di beni e servizi, dalla realizzazione del profitto o dai risultati ottenuti, ma dalla capacità di praticare le Super Habits, forgiando tanto il carattere di chi la guida quanto quello di chi vi presta la propria opera. È una questione di disposizioni quotidiane, che può maturare in un lavoro capace di produrre senza stressare la persona: soltanto così può realizzarsi quella concezione umana del lavoro alla quale si richiamava Giorgio La Pira.
Antonio Zizza
Direttore Scientifico Centro Studi e Ricerche CONAPI Nazionale

