Il nodo Taiwan nel confronto tra le superpotenze
Sarà interessante capire come, e se, Donald Trump nei suoi colloqui con Xi Jinping affronterà con risolutezza la questione Taiwan. Quella che da anni tutti gli osservatori internazionali ritengono essere la probabile causa di un reale scontro fra Cina e Stati Uniti, le due potenze dominanti del Ventunesimo Secolo.
La curiosità è motivata vieppiù dall’inusuale prudenza con la quale in questo turbolento anno e mezzo di nuovo mandato il presidente americano ha evitato il tema nel mentre pronunciava parole infuocate e minacciava azioni risolutive a proposito di Cuba o, se vogliamo, della stessa Groenlandia, ovvero di altre isole dalla evidente importanza strategica.
Il contesto storico è noto. Oggi Taiwan è riconosciuto ufficialmente in quanto Stato indipendente solo da un pugno di piccole nazioni (e dal Vaticano) ma al tempo stesso molte altre ben più rilevanti (tra le quali USA, Giappone, Russia, Gran Bretagna e l’Unione Europea) mantengono con esso relazioni non ufficiali ma assai attive. È quella che viene definita, nel caso degli Stati Uniti, “ambiguità strategica”, certificata dal Taiwan Relations Act del 1979: esso riconosce il governo insediato nella capitale dell’isola, Taipei, pur a fronte della coeva affermazione che esiste una sola Cina, la Repubblica Popolare. Una contraddizione in termini che gli analisti geopolitici definirono fin da subito come una palese “ambiguità”, ancorché strategica.
Xi Jinping e la pressione crescente sull’isola
Il Partito Comunista Cinese e la Repubblica Popolare di Cina hanno sempre dichiarato che Taiwan è parte integrale della nazione, ne è una sua provincia. Con la guida di Xi Jinping questa affermazione si è fatta più minacciosa, giungendo a garantire il ritorno dell’isola alla madre patria in un tempo ormai prossimo e in ogni caso anteriore al centenario dalla fondazione dello stato comunista (dunque, prima del 2049).
Ed infatti in questi ultimi anni Pechino ha intensificato le manovre militari che simulano l’accerchiamento di Taiwan, violando altresì il suo spazio aereo con incursioni effettuate con tutte le tipologie possibili: bombardieri, caccia da combattimento, velivoli da ricognizione.
Questa crescente pressione, psicologica e militare, aveva condotto Joe Biden a sostenere esplicitamente che gli USA avrebbero difeso Taiwan nel caso di un effettivo attacco lanciato da Pechino. Affermazione che il solitamente logorroico Trump si è invece ben guardato dal fare.
Microchip, rotte marittime e controllo del Pacifico
Ora, Taiwan è importante, importantissima sotto due profili, principalmente. Dal punto di vista economico, in quanto detiene l’egemonia mondiale nella produzione di microchip, come sappiamo l’elemento essenziale di ogni industria che produca oggetti (dai computer agli smartphone, ad esempio) contenenti elementi elettronici e digitali.
Dal punto di vista geopolitico, in quanto ubicata in quel Mar Cinese Meridionale le cui acque vengono variamente rivendicate dagli stati rivieraschi (Vietnam, Malesia, Brunei, Filippine, Indonesia) sulle quali però la Cina avanza a sua volta rivendicazioni non giustificate dalla geografia ma disegnate sulle mappe nautiche sin dai tempi di Mao Zedong con la nota “Linea dei Nove Punti” inglobante una grossa porzione di quel Mare e con essa le isole Paracelso e Spratly, atolli disabitati sui quali ha costruito infrastrutture di tipo militare (piste di atterraggio, radar, installazioni missilistiche e altro ancora) chiaramente propedeutiche a garantire il controllo dell’area oltre che a divenire basi d’appoggio per l’eventuale assalto a Taiwan.
Dunque le ambizioni di Xi travalicano Taiwan e inglobano le acque oltre Taiwan: una parte di quell’Oceano Pacifico che il “pivot to Asia” annunciato oltre un decennio fa dal presidente Obama definiva il più strategico di tutti i mari per la potenza talassocratica statunitense. Che proprio col dominio degli oceani garantito dalla sua formidabile flotta navale ha acquisito il suo status di superpotenza planetaria, assicurando al contempo la diffusa libertà di navigazione cha ha garantito la crescita assoluta del commercio globale. Guarda caso il tema ora in discussione a Hormuz.
Il banco di prova per Trump
Ecco perché sarà molto interessante sapere come Trump lo affronterà, e se lo affronterà, nel suo faccia a faccia con Xi. Il quale ultimo, in ogni caso, si è portato avanti col lavoro: incontrando a Pechino la leader dell’opposizione di Taiwan, a guida del partito che nell’isola sostiene la legittimità della “riunificazione” con la Cina. Nell’isola si voterà, liberamente, nel 2028.
Il messaggio di Xi è chiaro. L’opzione militare non è immediata, e non è neppure la preferita. Ma viene preparata accuratamente. L’esito finale (la “riunificazione”) è garantito entro una data certa. E con esso, pure la conferma che le acque incluse nella “Linea dei Nove Punti” sono e saranno zone esclusive cinesi. E dunque la US Navy dovrà allontanarsi da esse.
Il tema è posto. Resta da vedere se verrà affrontato apertamente. Trump avrà il coraggio necessario – del quale non smette di vantarsi vanagloriosamente – per affrontarlo nel merito con il suo glaciale interlocutore?
