Nell’affastellarsi degli eventi, sembra che il futuro dell’umanità sia nelle armi, nella finanza e nella tecnica e che esso debba fatalmente concentrarsi nelle mani di pochi e del loro potere. Ma già negli anni Cinquanta del Novecento Giorgio Ceriani Sebregondi introduce una dimensione diversa: lo sviluppo è sviluppo della gente, della società, di tutti. Per farlo, batte territori di frontiera, si incammina per sentieri alternativi, incontra persone dotate di iniziativa nuova e apre egli stesso vedute alternative.
Gli incontri che trasformano sono, nel corso una vita, quasi tutto. E tanti sono quelli di Sebregondi con persone e idee diverse: dal comunitarismo di Adriano Olivetti al personalismo di Emmanuel Mounier al meridionalismo di Pasquale Saraceno. Tre di essi, di diversa importanza, illuminano la sua capacità di tenere insieme economia, istituzioni, società in modo nuovo.
Il primo è con Roberto Ago, giurista pavese (di Vigevano), futuro giudice della Corte internazionale di giustizia dell’Aia, relatore nel 1939 della sua tesi di laurea in diritto internazionale all’Università Statale di Milano. Non molto di più si può dire sul loro rapporto. Ma vale osservare che Ago fonda nel 1944 a Roma la Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (SIOI). E che la SIOI e la Svimez (cioè la Società, poi Associazione, per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno, 1946) – nella quale Sebregondi vivrà il suo momento d’oro – hanno dinanzi a sé un medesimo orizzonte: quello della cultura della nuova cooperazione internazionale postbellica (Bretton Woods, ONU etc.)
Il secondo è con Felice Balbo, il filosofo torinese, animatore della casa editrice Einaudi, e futuro manager dell’IRI. I due si conoscono alla FIAT nel 1939. Si ritrovano nel 1940 nel reggimento degli alpini sciatori, di cui Balbo è istruttore. Nel 1941 Sebregondi è destinato al fronte greco-albanese. In Albania riporta quattro ferite, tagliato in due da una raffica di mitragliatrice che non lesiona gli organi vitali. Si salva fingendosi morto e nascondendosi sotto i cadaveri. Inizia il frangente delle convalescenze e delle licenze, nel quale ritrova Balbo, convalescente anch’egli a causa del tifo. È il periodo dei dialoghi e delle meditazioni nelle corsie degli ospedali militari. La fede è al centro delle conversazioni. A poco a poco si svolge un processo di integrazione tra i loro pensieri. I due diventano inseparabili: quando, dopo la guerra, a casa Sebregondi squilla il telefono, all’altro capo c’è spesso Balbo. E quando, nel 1949, Balbo incontra Mounier a Roma essi si incontrano a casa Sebregondi. Da Balbo Sebregondi apprende l’idea della società come “ente storico”. Da Sebregondi Balbo deriva la centralità dello sviluppo: il suo Idee per una filosofia dello sviluppo umano uscirà nel 1961.
Il terzo è con il padre domenicano Louis-Joseph Lebret, sindacalista dei pescatori della sua Bretagna, fondatore nel 1941 di Économie et humanisme, profeta dello sviluppo umano in giro per il mondo (tanto da diventare suggeritore di papa Montini e della sua Populorum Progressio), autore di opere che cambiano la coscienza della decolonizzazione e del “terzo mondo” (il conio è di Alfred Sauvy). Da Lebret viene l’idea della triade autocoscienza-autoprogrammazione-autopropulsione.
Chi è Sebregondi, questa ascosa e preziosa sorgente per quanti meditano sullo sviluppo?
Nato a Roma nel 1916, figlio di Luigi, dirigente del ministero dei trasporti e di Augusta Arnaboldi, Giorgio Sebregondi cresce in campagna nel comasco nella settecentesca villa nella quale la famiglia, dopo la crisi del 1929, si è ritirata. Frequenta il liceo-ginnasio a Como. Si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza all’Università Statale di Milano, dove si laurea nel 1939. Dal 1936 è orfano del padre. Nel 1939 è alla FIAT, a Torino, dove conosce Balbo e la cerchia della Einaudi, dove quest’ultimo lavora dal 1941. È in Albania, poi di nuovo in ospedale a Torino. Nel 1942 passa alla Cauvin, attiva nella importazione di fertilizzanti, e si trasferisce a Genova. È richiamato alle armi. Nel 1943 il suo battaglione è comandato in Corsica. Va incontro al secondo, anch’esso scampato, incontro con la morte: nella traversata un siluro colpisce la nave che trasporta il suo battaglione. Fa naufragio ma si salva di nuovo grazie al passaggio di un battello postale. In quell’anno perde la madre e, nella campagna di Russia, il fratello Filiberto. Si rafforza, nella terribile prova, la fede. Prende corpo un ideale di vita: come dono ricevuto più volte e, per questo, da non sprecare mai. È il suo credo.
Il 26 luglio 1943 lo Stato maggiore lo trasferisce a Roma al Ministero dell’Agricoltura, dove si occupa del reperimento dei vagoni di derrate bloccati dai bombardamenti alleati e del collegamento con gli uffici alimentari delle città meridionali. Il trasferimento a Roma, di lì a poco “città aperta”, segna un nuovo inizio. Dopo l’8 settembre rifiuta di aderire alla Repubblica di Salò e ripara nella clandestinità. Entra in contatto con gli ambienti della Resistenza. Si avvicina dapprima al Partito d’Azione poi, definitivamente, al movimento dei cattolici comunisti di Adriano Ossicini e di Franco Rodano, che è dotato di una attiva organizzazione politica e militare. Uno tra i più giovani e coraggiosi di loro, Romualdo Chiesa, catturato e torturato, muore nell’eccidio della Fosse Ardeatine. Dal novembre 1943 al marzo 1944, grazie ai buoni uffici di Balbo, regge la direzione amministrativa della sede romana della casa editrice Einaudi, in via Adda: non lontano da via Nizza, dall’appartamento del comandante Giuseppe Cordero di Montezemolo, né da via Reno, dove vive Sergio Paronetto.
Nell’aprile del 1944 viene inviato a Milano, dove svolge una intensa attività nella Resistenza. Nello stesso anno sposa Fulvia Dubini (che sarà anche traduttrice delle opere di Lebret) con cui avrà cinque figli: Uberta (1945), Paolo (1947), Maria (1949), Stefano (1952), Filiberto (1954). Viene delegato al CLN lombardo e nel Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia conosce Lucia Corti, che lo introduce ai fratelli Angelo e Pasquale Saraceno, ai quali è legato l’ultimo suo decennio di vita.
Lavora all’IRI, negli uffici di Milano, con Pasquale Saraceno tra il 1946 e il 1947, poi a Genova all’Ansaldo tra il 1947 e il 1948, come segretario di Angelo Saraceno, che dell’azienda è diventato direttore generale. Il nuovo anno, il 1949, è pieno di incognite. La disoccupazione prima, giacché i vertici dell’azienda si dimettono e lui con loro. La scomunica poi. Il 1° luglio la Congregazione del Santo Uffizio pubblica un decreto che dichiara illecita l’iscrizione al Partito comunista, nel quale molti cattolici comunisti sono confluiti: chi ne professa la dottrina è apostata della fede ed è scomunicato.
Nel 1951 Felice Balbo, Sandro Fe’ D’Ostiani, Mario Motta, Ubaldo Scassellati – che firmerà l’Introduzione all’edizione, postuma, dei suoi scritti: G. Ceriani Sebregondi, Sullo sviluppo della società italiana, Torino, 1965 – e Giorgio Sebregondi escono dal PCI. Il 2 aprile 1952 L’Osservatore Romano pubblica una dichiarazione di obbedienza alla Chiesa. Si chiude una dolorosa vicenda.
Intanto Sebregondi ha ritrovato la sua via. Nel 1949 è assunto alla Svimez, nata nel 1946 con il ministro dell’Industria Rodolfo Morandi, ma essenzialmente espressione della migliore cultura IRI (quella di Beneduce e Menichella), tanto che Francesco Giordani ne è presidente e Pasquale Saraceno segretario generale. Vi si respira la cultura del nuovo meridionalismo, aperto alle idee del New Deal di Roosevelt e della Teoria generale di Keynes, ma anche alla fiorente letteratura sullo sviluppo.
Alla Svimez attende ai primi piani regionali di sviluppo, a partire da quello della Basilicata, dove centrale è l’esperienza di Matera. C’è poi la politica nazionale: dalla Cassa per il Mezzogiorno (1950) allo Schema Vanoni (1955), alla cui ideazione nelle stanze Svimez collabora fin dalla prime battute.
Soprattutto alla Svimez Sebregondi dà corpo e vita a una Sezione sociologica, in un’età – si badi – in cui la sociologia non esiste come disciplina accademica, almeno in Italia. L’idea di fondo è il primato del sociale: dove va lo sviluppo senza adeguate impalcature nei contesti e nei soggetti che devono sorreggerlo? In quella Sezione lavorerà dal 1955, assunto da Sebregondi, il giovane Giuseppe De Rita che, uscito dalla Svimez di Saraceno dopo la morte del suo mentore, fonderà il Censis.
Di che cosa si occupa la Sezione sociologica? Dello studio dell’intera attrezzatura civile e sociale di una comunità; della sua capacità di elaborare mezzi e fini del cambiamento economico, che solo economico non è mai; degli effetti (culturali, psicologici, sociali) delle trasformazioni indotte dall’industria medianteindagini sul campo, anche nei centri agricoli più piccoli. Sono gli anni in cui l’Italia agricola si trasforma, mantenendo però uno “scheletro contadino” (Giuseppe De Rita). Prende forma l’idea diuna politica sociale, per sospingere chi già opera sul campo (associazioni, enti di assistenza, imprese, istituzioni, servizi sociali, sindacati, scuola) a promuovere essi stessi, dal basso, le trasformazioni necessarie, a diventare essi stessi soggetti attivi dello sviluppo. È un approccio basale, integrale, trasversale che precorre i tempi. Molte e plurali sono le vie dello sviluppo.
Organizza a Milano, nel 1954, il grande convegno di studio sulle aree arretrate patrocinato dal Centro nazionale di difesa e prevenzione sociale di Adolfo Beria d’Argentine, al quale partecipano decine di economisti e scienziati sociali da Kaldor a Sauvy. Nello stesso anno è a San Paolo del Brasile con padre Lebret per Économie et humanisme. È spesso all’estero: in Grecia per conto dell’Agenzia europea per la produttività dell’OECE(oggi OCSE); in Iran per una missione ltalconsult-Ministero degli Affari Esteri; in Somalia per un piano di sviluppo per l’Amministrazione fiduciaria italiana e l’ONU.
«Lo sviluppo – scrive in Iran – è anzitutto sviluppo delle capacità della gente», dei suoi orizzonti di giustizia e libertà. Il suo approccio è da accostare a quello dei pionieri dell’etica dello sviluppo, da Gunnar Myrdal a Amartya Sen: cfr. G. Farese, Lo sviluppo come integrazione. Giorgio Ceriani Sebregondi e l’ingresso dell’Italia nella cultura internazionale dello sviluppo, Soveria Mannelli, 2017. L’orizzonte altrui e proprio non può essere oscurato dallo sviluppo. Anzi: lo sviluppo non è tale, se oscura quell’orizzonte vitale. Occorre apprendere a essere, poi a fare. Lo sviluppo non è divertirsi, informarsi, lavorare allo stesso modo. É incontro, partecipazione, scoperta del nuovo e dell’altro.
Triplice il lascito. Primo, il contenuto dello sviluppo. Sviluppo è innalzamento di tutte le componenti di una società, non solo della sua economia. Parafrasando la celebre formula di Lincoln sul government, è sviluppo della gente, dalla gente, per la gente. L’America, del resto, è ben presente nella sua biblioteca, mediata dalla cultura francese, dagli scritti americani di Maritain a quelli dell’amato Tocqueville. Di qui l’enfasi sulle associazioni, sulle istituzioni, sulla partecipazione. Senza un cambiamento di fondo nell’atteggiamento dei cittadini verso lo Stato non vi è sviluppo.
Secondo, il metodo dello sviluppo, che è anzitutto quello dell’autocoscienza (o autoinchiesta), partendo dal basso, da ciò che c’è, from the grassroots, dai fili d’erba di Rocco Scotellaro (e la mia Patria è dove l’erba trema). Autocoscienza, autoprogrammazione e autopropulsione si fanno sempre più larghi e non escludono altri livelli. Autonomia non è chiusura. È capacità di compartecipare al fenomeno dello sviluppo. La crescita di nuovi Paesi capaci di iniziativa economica e decisione politica impone – pena gravi squilibri e acute tensioni – una continua crescita della comunità internazionale e della sua coscienza, con la formazione di istituzioni e interessi, anche economici, nuovi.
Terzo, lo spirito dello sviluppo: «Se le cose degli uomini avessero un andamento puramente meccanico, determinato e incluso nelle condizioni materiali di partenza – scrive – ci troveremmo di fronte a un circolo vizioso, a un processo irreversibile di involuzione sociale. Ma nell’intelligenza e nella volontà degli uomini risiede sempre la possibilità di superare le condizioni materiali di partenza e rompere i circoli viziosi. Indubbiamente ciò esige uno sforzo iniziale senza contropartita, un impegno che va oltre la chiarezza e la certezza dei risultati conseguibili. Occorrono quegli atti, comportamenti e atteggiamenti che, con Thomas Mann, potremmo chiamare investimenti di fede e di entusiasmo».
È un convinto sostenitore dell’integrazione europea. In una delle sue ultime lettere – inviata a Giuseppe De Rita – si definisce: «cittadino europeo ed ex resistente». È tra i negoziatori dei Trattati di Roma e, prima di morire, riceve la proposta di un incarico permanente come Chef de Bureau alla Planification Régionalealla Direzione generale per lo sviluppo della Commissione europea.
L’ultimo breve viaggio in Somalia, nell’aprile del 1958, gli è fatale. A giugno si ammala. Ha contratto, forse, la poliomielite ed è costretto in un polmone d’acciaio. Non vi è una diagnosi certa. È l’ultima, durissima prova. Muore a Roma, a poco più di quarant’anni, il 24 giugno del 1958, dopo soli tre giorni di malattia. Il rito funebre è officiato da padre Camillo de Piaz e padre David Maria Turoldo, i due frati serviti che erano stati centrali nell’esperienza milanese di Sebregondi durante la Resistenza.
Aveva scritto: «Brillano in cielo le stelle, e nel buio che le circonda è la loro bellezza. Così è la vita: bella per la morte che l’avvolge e pervade». Sullo stipite del Sacro Speco di San Benedetto a Subiaco si legge qualcosa di simile: che le stelle non brillano, se non nella notte oscura.

