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Il diacono, la diaconessa e Febe: la lezione di Mastrofini

Il libro di Fabrizio Mastrofini ricostruisce storia e nodi teologici del diaconato femminile: dalle antiche diaconesse a Febe, fino al dibattito odierno su ministero, servizio e corresponsabilità nella Chiesa.

Il 4 dicembre 2025 la Santa Sede ha reso pubblica la sintesi della seconda Commissione di studio sul diaconato femminile, presieduta dal cardinale Giuseppe Petrocchi. La conclusione è stata netta ma non definitiva: allo stato attuale della ricerca storica e teologica, non ci sono le condizioni per procedere verso l’ammissione delle donne al diaconato inteso come grado del sacramento dell’Ordine. La stessa Commissione, tuttavia, ha precisato che questa valutazione, per quanto forte, non consente oggi di formulare un giudizio definitivo.

È dentro questa discussione, ancora aperta, che arriva in libreria il volume di Fabrizio Mastrofini, giornalista e vaticanista da decenni attento alle vicende della Chiesa: Il diaconato tra storia, esperienze e prospettive. Un ruolo per le donne (Città Nuova, 2026, 152 pagine).

Non è un libro che nasce soltanto dalla cronaca di un documento vaticano. È un libro che prova a risalire alla domanda originaria: che cosa è stato, nella storia della Chiesa, il ministero delle diaconesse? E soprattutto: che cosa significa oggi parlare di ministero, servizio e corresponsabilità nella Chiesa?

 

Una storia più lunga della cronaca

Il pregio maggiore del lavoro di Mastrofini sta nel metodo.

Non parte da una tesi da difendere, ma da una domanda da ricostruire. Per farlo torna alle fonti antiche, attraversa la tradizione patristica e liturgica e arriva fino alle commissioni teologiche e al dibattito contemporaneo.

È una scelta importante perché impedisce di trasformare una questione complessa in uno slogan.

La storia, infatti, non offre una risposta semplice. La Commissione Teologica Internazionale, nel documento Il diaconato: evoluzione e prospettive, pubblicato nel 2003, riconosce esplicitamente che «è veramente esistito un ministero di diaconesse», sviluppatosi però in maniera differente nelle diverse aree della Chiesa antica. Lo stesso documento avverte che quel ministero non può essere automaticamente identificato con il diaconato maschile.

È proprio questa complessità a rendere interessante il libro.

Tra le figure richiamate emerge anche Olimpia di Costantinopoli, tradizionalmente ricordata come diaconessa e legata alla vicenda di san Giovanni Crisostomo. Il canone 15 del Concilio di Calcedonia del 451 costituisce inoltre una delle testimonianze più significative della presenza delle diaconesse nella Chiesa antica e dell’uso del termine cheirotonia, legato all’imposizione delle mani. Ma anche qui la storia non autorizza scorciatoie: il significato preciso di quell’atto e il suo rapporto con l’ordinazione maschile rimangono oggetto di discussione.

 

Febe e il peso delle parole

Al centro della riflessione c’è poi una figura che da sola basta a spiegare perché il tema non possa essere liquidato con una battuta: Febe.

Paolo, nella Lettera ai Romani, la presenta come «diaconessa della Chiesa di Cencre» nella traduzione CEI del 1974. La CEI del 2008 sceglie invece una formulazione diversa: «che è al servizio della Chiesa di Cencre».

Non è una differenza secondaria. Le traduzioni bibliche non sono mai soltanto un esercizio linguistico. Possono rendere più evidente o più sfumato un significato, soprattutto quando una parola porta con sé una lunga storia teologica.

Il caso di Febe mostra dunque quanto sia delicato passare dalla parola diakonos alla categoria moderna di “diacono” o “diaconessa”. Non basta trovare una parola uguale per ricostruire automaticamente un’identità ministeriale identica.

Ed è proprio qui che il libro di Mastrofini offre uno dei suoi contributi più interessanti: costringe il lettore a distinguere ciò che le fonti realmente dicono da ciò che noi vorremmo che dicessero.

 

Il coraggio della domanda, non della risposta

È probabilmente questo il tratto che distingue maggiormente il libro da un pamphlet militante.

La Commissione Petrocchi stessa mostra quanto la questione sia tutt’altro che pacificata. Nella sintesi pubblicata dalla Santa Sede vengono riportate le diverse posizioni e anche le votazioni interne. Su una delle formulazioni decisive, relativa all’opportunità di non istituire il diaconato femminile come terzo grado dell’Ordine sacro, il voto fu sostanzialmente diviso; su un’altra formulazione, relativa alla possibilità di procedere verso l’ammissione delle donne al diaconato come grado dell’Ordine, prevalsero invece nettamente i contrari. La formulazione finale ottenne 7 placet, 1 non placet e nessun voto bianco.

Ancora più significativo è il fatto che la stessa sintesi riconosca l’esistenza di due orientamenti teologici profondamente differenti.

Da una parte c’è chi insiste sul carattere del diaconato come ministero ad ministerium, e non ad sacerdotium, ritenendo quindi possibile distinguere il primo grado dell’Ordine dagli altri.

Dall’altra c’è chi insiste sull’unità del sacramento dell’Ordine e sul significato della mascolinità di Cristo e di coloro che ricevono l’Ordine.

La Commissione ha dunque registrato una tensione reale, non una semplice contrapposizione politica tra “progressisti” e “conservatori”.

Ed è qui che Mastrofini compie, a mio avviso, un’operazione giornalisticamente preziosa: non sostituisce il discernimento del lettore con il proprio.

Lo informa. Gli consegna le fonti. Gli mostra le contraddizioni. E gli lascia la responsabilità della domanda.

È una forma di servizio alla diakonia del pensiero, prima ancora che al tema del diaconato.

 

Il punto più interessante è forse quello che resta aperto

Se c’è un punto sul quale il libro merita una lettura critica, e non soltanto elogiativa, è nel passaggio dalla ricostruzione storica alla proposta per il futuro.

Dopo un lungo lavoro sulle fonti, il tema più radicale emerge quando si comincia a mettere in discussione una concezione della ministerialità rigidamente costruita sulla distinzione di genere e si richiama, tra gli altri riferimenti, Galati 3,28: «non c’è più Giudeo né Greco, non c’è schiavo né libero, non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù».

È probabilmente il passaggio più promettente del dibattito, ma anche quello che richiede il maggior approfondimento teologico.

Perché Galati 3,28 parla certamente della comune dignità battesimale e dell’unità in Cristo; ma stabilire quale conseguenza debba derivarne per la struttura sacramentale e ministeriale della Chiesa è un passaggio ulteriore, che non può essere risolto con una semplice equivalenza.

La storia può dirci che cosa è accaduto. La Scrittura può aprire domande. La teologia può interpretare.

Ma nessuno di questi piani, preso isolatamente, può sostituire il discernimento ecclesiale.

 

Una domanda che riguarda tutta la Chiesa

C’è però un’altra ragione per cui questo libro merita attenzione.

La questione del diaconato femminile rischia facilmente di essere ridotta a una disputa sul potere: chi può accedere a un determinato ruolo, chi può indossare una determinata veste, chi può ricevere una determinata forma di riconoscimento.

Ma il cristianesimo dovrebbe partire da un’altra parola: servizio.

La stessa sintesi della Commissione Petrocchi, accanto alla discussione sull’ordinazione, insiste sulla necessità di ampliare gli spazi di partecipazione delle donne nella vita della Chiesa e di valorizzare la «diakonia battesimale».

Questa potrebbe essere la vera domanda del nostro tempo. Non soltanto: le donne possono diventare diaconesse?

Ma: quale forma deve assumere oggi il servizio nella Chiesa? È una domanda molto più ampia.

E riguarda anche i quasi 4.800 diaconi permanenti presenti oggi in Italia, una realtà ormai capillare nelle diocesi italiane e che rappresenta una componente concreta della vita pastorale del Paese.

Perché il rischio, altrimenti, è discutere per anni sull’accesso a un ministero senza interrogarsi abbastanza sul ministero stesso.

 

Febe non è una bandiera

È forse questo il punto nel quale il libro di Mastrofini lascia al lettore la provocazione più interessante.

Febe non dovrebbe diventare una bandiera da sventolare né da una parte né dall’altra.

Non può essere utilizzata per dimostrare automaticamente che il diaconato femminile contemporaneo sia già scritto nel Nuovo Testamento.

Ma non può nemmeno essere cancellata dalla storia semplicemente perché la sua presenza complica una ricostruzione troppo lineare della tradizione.

Febe obbliga la Chiesa a fare una cosa che non sempre è facile: ricordare prima di giudicare.

E forse è proprio questa la lezione più profonda che arriva dal libro di Mastrofini.

La storia non ci consegna una risposta pronta. Ci consegna una responsabilità.

 

Un libro che serve

Il diaconato tra storia, esperienze e prospettive è, dunque, un libro necessario soprattutto perché arriva su una questione che continua a interrogare la Chiesa e lo fa senza trasformare la complessità in propaganda.

La sua forza sta nella ricostruzione storica, nella capacità di mettere in dialogo fonti diverse e nel coraggio di mostrare un dibattito teologico ancora non pacificato.

Il suo limite, semmai, è lo stesso della questione che affronta: quando la storia arriva al presente, non basta più conoscere ciò che è stato. Occorre decidere che cosa si vuole essere.

E qui il problema del diaconato femminile diventa improvvisamente più grande del diaconato femminile.

Diventa una domanda sulla Chiesa. Sul modo in cui riconosce i carismi. Sul rapporto tra autorità e servizio.

Sul significato della corresponsabilità battesimale. E, in definitiva, sul significato stesso della parola diakonia.

Forse la lezione di Febe non è che la Chiesa debba finalmente decidere se una donna può servire.

È che una donna stava già servendo la Chiesa quando la Chiesa era ancora giovane.

La domanda che resta, allora, non è soltanto quale ministero riconoscere alle donne.

È se siamo ancora capaci di riconoscere un ministero quando prende la forma del servizio, prima ancora di dargli un nome.