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L’Ulivo, un metodo che funziona anche oggi

A trent’anni dalla vittoria del 21 aprile 1996, l’esperienza ulivista resta un paradigma politico e programmatico: non nostalgia, ma criterio operativo per ricostruire una coalizione credibile di centrosinistra.

Una vittoria che ha fatto scuola

Sono passati 30 anni dalla vittoria dell’Ulivo — l’ormai famoso 21 aprile 1996 — eppure quella esperienza, concreta e tangibile, continua ad essere una bussola di riferimento per la galassia del centrosinistra. Certo, è inutile negarlo, fu una vittoria dovuta principalmente, se non quasi esclusivamente, al fatto che la Lega Nord di Bossi — che in quelle elezioni superò il 10% dei consensi — andò per conto suo, rompendo la coalizione di centrodestra.

Ma, comunque sia, l’Ulivo vinse le elezioni del 21 aprile 1996 e da quel momento, al di là di qualsiasi altra interpretazione, quel progetto politico e di governo è diventato una sorta di pietra miliare per qualsiasi alleanza di centrosinistra che si presentasse di fronte al corpo elettorale negli anni a venire.

Oltre la nostalgia: capire il contesto

Ora, e per non fermarsi alla tentazione nostalgica o al mero ricordo di un passato più o meno lontano, credo che proprio partendo dalla specificità dell’Ulivo in quella precisa stagione storica noi possiamo comprendere anche i comportamenti concreti di quella parte politica nell’attuale contesto politico italiano.

Un contesto in cui, come noto, non c’è più il ruolo salvifico o miracolistico del cosiddetto “papa straniero”, in cui i personalismi dei singoli capi politici sostituiscono il profilo politico e culturale dei partiti in campo e in cui, soprattutto, un programma di governo stenta a decollare per le forti e marcate differenziazioni politiche all’interno della coalizione stessa.

La crisi del progetto e il peso dei personalismi

L’assenza di un baricentro politico condiviso produce oggi una difficoltà evidente: la coalizione rischia di ridursi a una somma di leadership concorrenti, più attente alla visibilità che alla costruzione di una proposta coerente.

È proprio questa deriva che distingue l’oggi dall’esperienza ulivista, dove invece la dimensione programmatica e il profilo politico comune precedevano — e orientavano — i singoli protagonismi.

Ed è per queste ragioni che, pur senza nulla togliere a quel grande progetto politico, culturale e di governo che va sotto il nome di Ulivo, quello che oggi va ricostruito è più una coalizione normale, e forse anche tradizionale, di centrosinistra.

Ed è proprio su questo versante che si misura, oggi, la credibilità e la solidità di una concreta alternativa politica e di governo al centrodestra guidato da Giorgia Meloni.

Il vero lascito dell’Ulivo

Perché se c’è un elemento che rappresenta la vera novità e originalità — nonché fortemente attuale — dell’esperienza ulivista è stata proprio quella di avere saputo costruire una coalizione politica e di governo senza ridurla a una contrapposizione anche violenta contro l’avversario o il nemico.

Altroché l’ossessione contemporanea, del tutto patologica, contro Giorgia Meloni e la sua alleanza politica.

L’Ulivo, come del resto dovrebbe sempre essere, era sì una coalizione di partiti e movimenti ma, soprattutto, era un progetto politico e programmatico alternativo al centrodestra che non era, però, solo il frutto della demonizzazione e della criminalizzazione politica contro il nemico giurato.

Questa distinzione non è secondaria: segna il passaggio tra una politica costruita sulla proposta e una politica costruita sulla reazione.

Polarizzazione e radicalizzazione: il clima odierno

Certo, oggi siamo in un clima diverso, dominato da una persino violenta radicalizzazione del conflitto politico, alimentato da una eccessiva e nefasta polarizzazione ideologica.

In questo contesto, il rischio è che ogni tentativo di costruzione politica venga risucchiato nella logica binaria dello scontro permanente, rendendo impossibile una sintesi credibile.

Il “metodo Ulivo” come criterio operativo

Sotto questo versante, l’alleanza di centrosinistra che deve ancora essere messa in piedi, con un adeguato e pertinente progetto di governo, non può che rifarsi al “metodo” dell’Ulivo di 30 anni fa se vuole essere una coalizione seria, credibile, solida e realmente competitiva.

Ecco perché ha senso, oggi, rileggere quel progetto politico e di governo e, soprattutto, quella modalità concreta di costruire una coalizione aperta e non ideologica, se si vuole ridare dignità alla politica, alla sua categoria progettuale e, soprattutto, alla credibilità della sua classe dirigente.

Per questi motivi, semplicemente, l’Ulivo non può e non deve essere frettolosamente archiviato.