Piace constatare che attorno alla figura di Aldo Moro si concentra ogni anno, specialmente in occasione della data del 9 maggio, l’interesse di molte persone. Proprio questo sabato, nel Giardino dei Padri Passionisti a Roma, ne ricorderanno l’impegno pubblico i promotori del convegno che reca come titolo “Per la costituzione europea”. Anche in quella sede, dovendo tenere la commemorazione, mi sentirò in dovere di sottolineare ciò che ancora permane nella vicenda dell’europeismo d’ispirazione democratico cristiana e quanto, al riguardo, l’azione dello statista pugliese vi abbia contribuito.
Moro non va confuso con un dispensatore di facili ricette politiche. Quando la Dc, dopo il referendum sul divorzio, entrò in crisi, la sua analisi fu rigorosa ed esigente, ben lontana dai discorsi sulla fine del partito d’ispirazione cristiana. Qualcuno si ostina a vedere nella stretta di mano al tavolo delle trattative tra Moro e Berlinguer come l’incompiuta volontà, stroncata dalle Br, dei due leader di dare vita al compromesso storico. Dal che viene dedotto che il lascito moroteo si condensa nella esperienza del Partito democratico.
Non è così. Moro fu tenace nel distinguere la strategia del suo partito da quella sostenuta dai comunisti. Vide nella solidarietà nazionale il passaggio decisivo per arrivare alla democrazia compiuta, ovvero all’alternanza tra Dc e Pci in condizione di sicurezza democratica. La sua visione era agli antipodi del compromesso storico, il cui esito, secondo il più lucido teorico, Franco Rodano, doveva consistere nella formazione di un “partito nuovo” frutto del dissolvimento e della successiva ricomposizione unitaria delle due grandi forze popolari uscite dalla Resistenza.
Ipotizzare che il rinnovamento prefigurato da Moro – la famosa Terza fase – potesse avere questo sbocco, significa travisare e svilire il pensiero del leader democristiano. Se oggi fosse ripreso, in un contesto molto diverso, il suo tragitto nel cuore della democrazia italiana, si dovrebbe fare leva sulla riflessione da lui svolta sul ruolo dei cattolici in politica, la sua difesa di una rappresentanza autonoma, sotto forma di partito, delle forze ispirate ai valori del Costituzione e della dottrina sociale della Chiesa, infine il suo incitamento a rendere sempre nuovo il programma che giustifica la presenza di una tale componente culturale e politica.
Personalmente aderisco all’appello lanciato dal “Domani d’Italia” per quella che viene definito “Un centro autonomo e indipendente”: direi che andrebbe incastonato sotto un titolo semplice ed efficace, ovvero “Né sinistra né Destra”. Sono tra coloro che non intendono occupare il campo, immaginando chissà quale ritorno alla vita politica attiva. Ciò nondimeno, sapendo quanto valga la testimonianza nella società civile e nei suoi corpi intermedi, non mi sottraggo al compito di sviluppare insieme ad altri un’azione diretta a far rinascere il “centro”, prima di tutto sul piano della coerenza di principi e comportamenti. C’è oggi uno spazio che l’ondata plebiscitaria e populista, iniziata con lo sfascio di Tangentopoli, sembrava aver cancellato definitivamente.
Teniamone conto con intelligenza, impariamo la lezione del passato per guardare avanti. Moro lo possiamo incontrare o meglio reincontrare lungo questa prospettiva di rinnovamento della democrazia. Non altrove, francamente.
