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Non-luoghi emotivi

Le comunità digitali generano intensità, non discendenza: il paradosso di Augé - lo spazio che non racconta nulla - letto insieme a Weber e Anderson

Per Marc Augé il non-luogo è il tratto distintivo della surmodernità: aeroporti, centri commerciali, autostrade. Territori di transito, privi di storia, identità e relazione, dove si passa senza sostare, si consuma senza abitare. È l’esatto opposto del “luogo antropologico”, denso di memoria e di simboli condivisi.

Il corto circuito digitale
I social network appaiono, a prima vista, come non-luoghi perfetti: interfacce anonime, scorrimento infinito, nessuna radice geografica. Eppure è proprio in questi ambienti che oggi si concentra la produzione simbolica più intensa. Basti pensare a come, nelle ore successive a un attentato o a una catastrofe, milioni di persone sovrappongano alla propria foto profilo la bandiera del paese colpito; o a come un fandom costruisca in poche ore riti collettivi di lutto — dalle veglie social per Kobe Bryant a quelle per la regina Elisabetta — senza che nessuno dei partecipanti si trovi nello stesso luogo fisico. Il non-luogo, anziché svuotare di significato, finisce per iper-simbolizzare.

Legami di sentimento
Qui diventa utile il pensiero di Weber: accanto ai gruppi fondati sull’interesse razionale, esistono le Gefühlsgemeinschaften, aggregazioni tenute insieme non da un territorio comune ma da un’emozione condivisa. È una categoria diversa dalla più nota “comunità immaginata” di Benedict Anderson: quest’ultima descrive come una nazione tenga insieme milioni di sconosciuti attraverso una narrazione condivisa — lingua, storia scolastica, calendario civile — capace di attraversare le generazioni. Weber, invece, non presuppone alcuna narrazione comune: basta un affetto sincronizzato, anche momentaneo — entusiasmo, rabbia, senso di appartenenza a una causa — perché il gruppo si tenga insieme. Le community virtuali funzionano più secondo questo secondo modello.

Intensità senza infrastruttura
Emerge così una figura ambivalente: il non-luogo affettivo, un contesto privo di storia e di geografia, capace di generare un’intensità relazionale paragonabile a quella weberiana ma — a differenza della comunità immaginata di Anderson — privo degli strumenti che permettono a un legame di trasmettersi nel tempo: non c’è un calendario condiviso da insegnare, non c’è un archivio che sopravviva al singolo evento, non c’è nulla che assomigli a una scuola o a un rito annuale. È intensità senza infrastruttura.

Comunità senza discendenza
Se il legame sociale si forma sempre più altrove rispetto al territorio, la vera posta in gioco non riguarda più soltanto dove costruiamo relazioni comuni, ma se queste sappiano ancora tramandarsi. Le aggregazioni forti, per Anderson, sono tali proprio perché dispongono di dispositivi — la stampa, la scuola, il calendario civile — capaci di attraversare le generazioni. I non-luoghi affettivi, per ora, sembrano capaci solo di un’intensità istantanea: legami senza discendenza, in un’epoca che dilata lo spazio ma non riesce a far durare il tempo.