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Padre Mariano Cordovani, il tomismo e la democrazia cristiana: da Camaldoli al 1948

Teologo dei Pontefici e protagonista della rinascita cattolica nel Novecento, Padre Mariano Cordovani seppe coniugare tomismo, libertà, persona e bene comune, contribuendo alla maturazione del cattolicesimo democratico italiano.

Un domenicano nel cuore della Chiesa

Il 5 aprile dell’Anno Santo 1950 tornava alla Casa del Padre Mariano Cordovani O.P., Maestro del Sacro Palazzo Apostolico e primo Teologo della Segreteria di Stato. Nato il 25 febbraio 1883 a Serravalle Casentino, entrò giovanissimo nell’Ordine Domenicano e fu ordinato sacerdote nel 1906.

Docente all’Angelicum e all’Università Cattolica del Sacro Cuore, autore della trilogia “Il Salvatore”, “Il Santificatore”, “Il Rivelatore”, fu chiamato da Pio XI alla prestigiosa carica di Maestro del Sacro Palazzo. Pio XII, riconoscendone la straordinaria preparazione, lo nominò poi “motu proprio” Teologo della Segreteria di Stato.

Cordovani fu però molto più di un teologo di Curia. Dialogò con personalità della cultura laica come Bruno Nardi e Giorgio Del Vecchio e affrontò i problemi del suo tempo misurandosi con filosofia, diritto, politica e letteratura. Il riferimento costante restò S. Tommaso e quel “Contemplata Aliis Tradere” che esprime la vocazione domenicana a trasmettere agli altri ciò che si è contemplato.

Da Camaldoli alla democrazia della persona

La modernità di Cordovani emerge soprattutto nella riflessione sui rapporti tra Stato, società e persona. La definizione tomista “Ad populum pertinet electio principum” acquista nelle sue pagine un significato nuovo proprio mentre il fascismo si avvia alla dissoluzione.

Nella primavera del 1943, con l’articolo “Il cittadino e la società” sull’“Osservatore Romano”, richiama i cattolici ai loro doveri pubblici. Non a caso fu tra gli ispiratori, insieme a mons. Montini, del convegno di Camaldoli del luglio 1943, dal quale nacque il Codice destinato a influenzare una parte significativa della futura classe dirigente democratica.

Al centro vi è il “Progetto Uomo”: la persona possiede una dignità che precede lo Stato. L’autorità non è semplicemente un presupposto, ma si radica nella concreta condivisione e diventa condizione della democrazia. Libertà, autorità e bene comune possono così ricomporsi in una concezione cristiana della società.

È su questo terreno che il tomismo di Cordovani incontra il personalismo comunitario di Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier. La persona non è un individuo isolato: è creatura libera, responsabile, inserita in una comunità e chiamata alla relazione con gli altri.

Cristo, la libertà e il bene comune

La riflessione sociale di Cordovani nasce dalla sua fede. Il volto di Cristo è quello del Getsemani, della Croce, degli ultimi e dei sofferenti. Da qui l’attenzione alla carità come responsabilità concreta e non come semplice disposizione sentimentale.

Negli anni della guerra Cordovani suggerì a Luigi Gedda di intitolare “Tabor” la rivista della Società Operaia per l’Evangelizzazione dei Laici e lo esortò a strutturare il sodalizio secondo il modello del Terz’Ordine Domenicano. Nel 1943 fu inoltre tra i consiglieri ascoltati da Pio XII nella preparazione della “Mystici Corporis”.

Fermissimo nella condanna del comunismo, alla cui critica aveva contribuito collaborando alla “Divini Redemptoris” di Pio XI, Cordovani difese con altrettanta determinazione una democrazia fondata sulla persona. La dottrina del bene comune diventa così la sintesi politica della sua lezione: la convivenza pacifica e ordinata viene prima dell’affermazione egoistica degli interessi particolari.

Il 1948 e la profezia del diritto naturale

Nel 1948, anno del suo ultimo libro, “Spunti di sociologia”, Cordovani avanzò due proposte di sorprendente attualità. Chiese anzitutto una sistemazione razionale e filosofica del Diritto Naturale, mentre maturava quella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che sarebbe stata approvata nello stesso anno. Indicò poi la necessità di un organismo internazionale capace di far rispettare quei principi: “il governo della ragione domanda ancora di essere organizzato”. In un mondo che aveva appena conosciuto la catastrofe della guerra, egli intuiva che pace, giustizia e libertà avrebbero avuto bisogno non soltanto di proclamazioni, ma di istituzioni.

Montini, futuro Paolo VI e suo fraterno amico, ricordò che l’insegnamento di Cordovani terminava sempre con “un’apertura di finestre verso l’infinito”. Teologo, educatore e maestro, seppe soprattutto ascoltare. In un secolo dominato dalle ideologie, indicò nella persona, nella ragione illuminata dalla fede e nel bene comune la strada della libertà.

Nel suo testamento spirituale scrisse: “mi sento domenicano nell’anima” e dichiarò che, potendo, si sarebbe fatto domenicano di nuovo. È forse questa la sintesi più limpida della sua vita: S. Tommaso come maestro, Cristo come centro e la persona umana come responsabilità affidata alla politica e alla storia.

 

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