Agosto e il paradosso del riposo
In Italia agosto è, per consuetudine, il mese delle vacanze, del riposo, del recupero delle energie e, come si usa dire con espressione ormai diffusa, del ritrovato benessere olistico, quell’equilibrio, cioè, che si vorrebbe raggiungere considerando insieme corpo, mente e spirito, oltre la sola assenza di malattia.
Ma è davvero così? Quanti sono i lavoratori – specialmente quelli stagionali o impiegati in comparti come il turismo, la ristorazione, l’agricoltura, la sanità privata, la logistica e i trasporti – che proprio in questo tempo sperimentano un più intenso grado di stress, una più acuta stanchezza, un malessere psicologico che le successive ferie autunnali non bastano poi a colmare? E quanti sono, al contrario, quelli che, pur riuscendo a concedersi qualche giorno di vacanza, nonostante l’inflazione e il caro vita, non si sentono veramente riposati? Quanti sono, alla fine, i lavoratori riposati e che riescono a prendersi del tempo per sé?
Queste domande, affiorate in un momento di riflessione di una giornata d’agosto, toccano nel profondo la vita delle imprese, che non possono più ignorarle, imponendo di riaprire il dibattito sul coinvolgimento dei lavoratori, sulla felicità, sul tempo libero, sul diritto alla disconnessione e, più in generale, sul senso stesso del benessere aziendale.
Affrontare in poche righe temi di tale portata, con l’intento di offrire una lettura al tempo stesso riflessiva e accessibile, è cosa assai difficile: perciò mi limiterò a considerare alcuni aspetti che ritengo tra i più urgenti.
Quando il lavoro perde senso
Merita attenzione, in primo luogo, il State of the Global Workplace di Gallup, secondo cui il 40% dei lavoratori intervistati su scala globale ha sperimentato un forte livello di stress nella giornata precedente, quota che cresce di ulteriori cinque punti tra i giovani, le donne e i dirigenti d’azienda. Il IX Rapporto Censis-Eudaimon rileva che il 44,7% dei lavoratori italiani interpellati considera il lavoro un obbligo, piuttosto che una vocazione che, come avrebbe detto Giorgio La Pira, eleva e perfeziona la persona umana chiamata a partecipare all’opera creatrice attraverso la propria attività. Quasi il 65% ha smarrito il senso del proprio lavoro, il 68,3% avverte una stanchezza che è insieme psichica, fisica ed emotiva, e il 21,7% teme la propria attività, dubitando persino delle proprie competenze.
Cosa incide, in realtà, sulla vita delle persone? Come Centro Studi e Ricerche di una confederazione sindacale datoriale, la CONAPI Nazionale, ce lo siamo domandati, e per questo abbiamo predisposto un questionario rivolto alle micro e piccole imprese, nell’auspicio di raccogliere la voce di almeno una parte del sistema produttivo nazionale, per progettare sistemi di benessere più avanzati e capaci, soprattutto, di ridurre le statistiche appena richiamate.
Sempre secondo il Censis, il 51,1% degli occupati preferisce un’azienda i cui valori condivide, piuttosto che una retribuzione più alta o una prospettiva di carriera.
Più tempo per una vita pienamente umana
Cosa chiedono i lavoratori di oggi? Indubbiamente un benessere integrale: quella capacità di realizzarsi attraverso il lavoro, di stare bene psicologicamente, di avere un salario dignitoso e proporzionato, di esprimersi liberamente, di partecipare alle decisioni aziendali e, per quanto arduo e complicato da descrivere in poche battute, di avvicinarsi al concetto di felicità. Ma per ottenerlo chiedono, prima di tutto, più tempo: per sé, per i propri interessi, per la famiglia, per gli amici, e anche per la vita spirituale, oggi troppo spesso trascurata.
Questo intervallo agostano, che nella tradizione italiana – più o meno condivisibile – coincide con il periodo delle ferie estive, induce a riflettere sulla concezione stessa del tempo. Non mancano i riferimenti, anche biblici, all’importanza del riposo, alla volontà di bilanciare vita professionale e vita personale, alla necessità antropologica di fermarsi a pensare.
Significativo, in questo senso, il dato Censis-Eudaimon secondo cui il 23,7% degli intervistati dichiara di avere poco tempo per sé a causa del lavoro, mentre la disponibilità di tempo è considerata una questione di principio dall’88,2% degli stessi, soprattutto tra i giovani. Sentiamo troppo spesso, anche tra gli imprenditori, espressioni come «non ho tempo», «non riesco a prendermi cura della mia vita e della mia famiglia» o «non posso ritagliarmi ulteriori spazi in agenda», quando in realtà il tempo è il primo elemento – gratuito – di benessere.
L’impresa che si prende cura della persona
Forse, complice anche una digitalizzazione che talvolta, come denuncia Papa Leone XIV nella Magnifica Humanitas, rischia di aggredire il tempo personale, vale la pena ripensare alla settimana corta, alla riduzione dell’orario quotidiano, all’autonomia organizzativa del lavoro, nella consapevolezza – come rilevato di recente da una ricerca condotta dall’Università di Oxford – che i lavoratori soggettivamente più felici sono anche i più produttivi, i più creativi, i più coinvolti, contribuendo, sia pure indirettamente, al progresso, anche economico, dell’impresa.
Questo intervento sul Domani d’Italia, un quotidiano così importante nel pensiero socio-politico italiano, vuole essere un invito a riscoprire la centralità della persona, insieme all’importanza del tempo del riposo e al conseguimento di un benessere integrale, vale a dire mentale, fisico, economico, sociale. In questa prospettiva, l’impresa, ritrovando la propria dimensione sociale, è tenuta a prendersi cura di chi lavora: solo così potrà raggiungere una produzione di beni e servizi non soltanto maggiore, ma anche migliore.
Antonio Zizza
Direttore Scientifico Centro Studi e Ricerche CONAPI Nazionale
