Home GiornalePuò la politica ritrovare un suo codice di civiltà?

Può la politica ritrovare un suo codice di civiltà?

La riflessione di Antonio Polito sul Corriere della Sera di qualche giorno fa sull’applauso bipartisan a Meloni fa appello a una politica capace di dialogare, riconoscere le ragioni altrui e affrontare insieme le grandi sfide del nostro tempo.

Il valore di un gesto

L’editoriale di Antonio Polito pubblicato sul Corriere della Sera il 15 ottobre scorso andrebbe letto e riletto. Conservato e consegnato a figli e nipoti.

Il suo titolo è molto semplice, anche se offensivo per chi valuta la politica solo come una costante e insanabile lotta fra rivali diversi, fra amici e nemici: «Civiltà degli applausi bipartisan».

Si tratta dell’applauso rivolto a Giorgia Meloni in Parlamento anche da parte della sinistra riformista, a proposito del «tradimento di Trump sull’Ucraina». Un applauso bipartisan che per Polito rappresenta «un piccolo […] gesto di civiltà politica e di coerenza morale», perché «i parlamenti esistono proprio per parlarsi, anche tra schieramenti diversi».

Bene. Ma queste sue parole vanno oltre. E ci fanno capire molte cose. Perché riguardano solo apparentemente l’eccezione alla quotidiana cronaca rissosa fra i nostri partiti, satura, come sappiamo, di invettive e improperi spesso offensivi, fra i tanti leader e leaderini che compongono la galassia frantumata della mezza democrazia a pezzi italiana.

Il pluralismo e le sue deformazioni

Una democrazia rappresentativa solo formalmente, perché nelle mani di una trentina di segretari autoeletti che si combattono quotidianamente. Una democrazia liquefatta fra partiti, partitini, movimenti e gruppi parlamentari personali, che offendono il vero e autentico pluralismo e che spesso — anche se non sempre — si fotocopiano i valori di fondo della democrazia liberale e sociale.

Se li personalizzano con la voglia di distinguersi e isolarsi il più possibile, senza mai arrivare a una conclusione condivisa. Ma sempre dimentichi del fatto che c’è solo l’1% di superricchi e di potere tecnocratico supercapitalistico privato che oggi, con la finanza, comanda l’intero mondo.

E nonostante queste fotocopie di valori di fondo, il periodo che viviamo è quello di un bipolarismo giocato sulle facce dei leader e sulle loro nervose posture. “Vannaccianamente” diviso sui sovranismi e sulla sacralità delle etnie.

Un bipolarismo disturbato a volte da un terzo polo, che si fa fatica a chiamare centro se è vera, come è vera, la definizione del centrismo che ha dato Sturzo in un suo articolo pubblicato il 26 agosto 1923 su Il Popolo Nuovo, definendo la divisione fra destra e sinistra un «[…] semplicismo politico […] inadeguato a interpretare la realtà sociale e morale del Paese».

E spiegando poi che il centro «non è una mediazione debole e […] una via di mezzo opportunistica, un colpo alla botte e uno al cerchio […] o una tattica da equilibrista per accontentare tutti», ma è qualcosa di più concreto e specifico.

 

Parlarsi fra diversi

Ecco. Parlarsi tra schieramenti diversi, condividere idee diverse e dialogare fra diversi.

Ricordo sempre che è anche quello che Aldo Moro, rivolto ai comunisti, disse moltissimi anni fa a Benevento, in un suo famoso discorso, per indicare quello che Polito definisce un consenso civile e una coerenza morale tra schieramenti opposti su questioni rilevanti di interesse generale.

Oggi siamo di fronte a sfide epocali che ci coinvolgono tutti, senza distinzione di collocazione geometrica e spaziale. Destre, sinistre e centri della politica, a partire dall’Europa ancora bloccata al passato ottocentesco del primato delle singole nazioni, non possono dividersi e avere idee diverse nell’affrontare problemi generali come le emissioni di CO₂, con il clima capovolto, i mari bollenti e i ghiacciai che si sciolgono ogni ora; le inarrestabili migrazioni, l’ancora sconosciuta intelligenza artificiale, le pandemie e le guerre ricomparse.

E con la povertà assoluta arrivata in Italia nel 2025, come dice l’Istat, a 2,1 milioni di famiglie, equivalenti a 5,4 milioni di persone. Senza mai dimenticare la pace, richiamata anche dalla telefonata di papa Leone, appena operato, a Putin.

Sono problemi epocali enormi che interrogano la politica in generale, senza distinzioni di appartenenza e senza ricorrere a dove si sta seduti negli emicicli dei Parlamenti.

 

La pace come valore della convivenza

Se questo è il segno della civiltà politica e della coerenza morale a cui si riferisce Polito, vuol dire che almeno ogni tanto iniziamo a lanciare un segnale sul futuro e riscopriamo l’armonia della vita in comune e dello stare insieme con chi ha idee diverse dalle nostre.

Anche con chi è povero. Oppure con chi ci dà una mano enorme, ma non è nato in Italia e ancora non parla bene la nostra lingua.

Mettendo da parte chi proclama il pacifismo solo con le parole e come occasionale momento storico, ed esaltando invece chi sente la pace come valore fondamentale della convivenza umana.