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Quando l’uomo dimentica di essere custode del Creato

La crisi ambientale nasce anche da una crisi dello sguardo: quando il mondo diventa soltanto risorsa, si perde il senso del limite. Custodire il Creato significa custodire l’umano.

Il peccato più grande non è inquinare. È dimenticare che il mondo non ci appartiene.

C’è qualcosa di profondamente interessante nella decisione di tornare a parlare di distruzione dell’ambiente come di un possibile “peccato contro il creato e contro il Creatore”. Non perché da domani qualcuno debba confessare di aver preso troppe volte l’automobile. Sarebbe una caricatura. La questione è più radicale, e riguarda una domanda più antica: che cosa accade all’uomo quando perde la capacità di contemplare?

Un uomo che non contempla più, utilizza. Un uomo che non ascolta più, consuma. Un uomo che non riconosce più il mistero, misura. Un uomo che non sente più di aver ricevuto qualcosa si comporta come se tutto gli appartenesse.

 

Quando la natura diventa soltanto una risorsa

Per molto tempo abbiamo immaginato la natura come una riserva davanti a noi: materie prime, energia, spazio, acqua. Una disponibilità dalla quale attingere. Ma quando una cosa smette di essere un bene da custodire e diventa soltanto una risorsa da utilizzare, non cambia solo un ecosistema. Cambia il nostro sguardo sulla realtà.

Papa Francesco nell’enciclica Laudato si lo aveva già scritto in termini radicali: l’uomo è cresciuto pensando di essere proprietario e dominatore della terra, dimenticando che il suo stesso corpo è fatto della materia del pianeta. Pochi giorni fa, alla Messa per la Custodia della Creazione a Castel Gandolfo, Papa Leone XIV ha invitato a mettere “in modalità silenziosa” tutti i rumori delle opere umane, per tornare ad ascoltare la voce della creazione. È un’immagine che dice molto della nostra epoca. Viviamo immersi in un rumore che ci impedisce di percepire ciò che esiste fuori di noi. E se non sappiamo più fermarci, non sappiamo più contemplare. Se non contempliamo, finiamo per trattare ogni cosa come funzione e utilizzo.

Da qui nasce il vero problema. Non stabilire se guidare un’automobile sia moralmente sbagliato. Non lo è. Ma che cosa accade quando una società perde il senso del limite, considera normale consumare senza misura, accettabile sacrificare un territorio per il profitto immediato, inevitabile scaricare oggi sulle generazioni di domani i costi dei nostri consumi.

 

La custodia non è un comportamento, ma uno sguardo

Forse dovremmo riscoprire una parola antica: custodia. Il custode non è il padrone. Non è nemmeno uno spettatore. Custodire significa ricevere qualcosa che non ci appartiene completamente e assumersi la responsabilità di consegnarlo a chi verrà dopo di noi. Un genitore custodisce ciò che ha ricevuto per consegnarlo ai figli. Un cittadino custodisce la propria città quando comprende che non è soltanto il luogo nel quale vive, ma il luogo che lascerà vivere agli altri.

E qui va detto qualcosa di scomodo. Il contrario del peccato ecologico non è semplicemente il comportamento ecologico. È la custodia. Puoi fare correttamente la raccolta differenziata e continuare ad avere una concezione predatoria della realtà. Puoi guidare un’auto elettrica e continuare a vivere come se il mondo fosse un magazzino di risorse a disposizione. La conversione di cui parla la Chiesa è prima di tutto uno sguardo nuovo, non un elenco di comportamenti corretti.

Non possiamo parlare seriamente di ambiente senza parlare dell’uomo. Una città piena di alberi ma nella quale gli anziani sono soli non è pienamente ecologica. Una transizione energetica che distrugge lavoro senza offrire alternative non è una transizione compiuta. L’ambiente non è qualcosa che sta fuori dall’uomo. È il luogo nel quale l’uomo vive.

 

La cultura dello scarto arriva fino alluomo

C’è un’espressione che dovrebbe farci riflettere più della parola “peccato”: cultura dello scarto. Non riguarda solo ciò che gettiamo nei cassonetti. È una categoria antropologica. Un oggetto. Un territorio. Un lavoro. Un anziano. Una periferia. Una persona. Quando tutto viene misurato attraverso la sua utilità, il rischio è che anche l’uomo finisca valutato allo stesso modo. La logica dello scarto comincia dalle cose, ma può finire sulle persone.

La nostra epoca sta costruendo strumenti sempre più potenti per misurare, classificare, prevedere. Ma una realtà completamente misurata non è necessariamente una realtà compresa. Una foresta è anche legno, certo. Un fiume è anche una risorsa idrica. Una persona può essere anche un dato. Ma nessuna di queste definizioni esaurisce ciò che abbiamo davanti. È proprio quando confondiamo la descrizione con la comprensione che cominciamo a perdere il senso del limite.

Per questo la parola decisiva non è rinuncia. È sobrietà. La rinuncia è una privazione imposta dall’alto. La sobrietà è una forma di libertà: sapere che non tutto ciò che possiamo consumare dobbiamo consumarlo. È la capacità adulta di riconoscere un limite senza considerarlo una sconfitta.

C’è un’immagine biblica che rende bene questa idea, ed è quella di forgiare le spade in vomeri. Non si tratta soltanto di smettere di distruggere. Si tratta di convertire ciò che abbiamo costruito per la distruzione in qualcosa capace di generare vita. Non è una rinuncia. È una trasformazione.

 

Custodire il Creato significa custodire lumano

La politica, che non può limitarsi a chiedere sacrifici individuali. Non basta chiedere al cittadino di usare meno l’auto se il trasporto pubblico non funziona. La responsabilità personale esiste, ma esiste anche una responsabilità collettiva. La buona politica non dovrebbe chiedere alle persone di essere migliori. Dovrebbe costruire le condizioni perché possano esserlo.

La vera domanda, allora, non è soltanto quale pianeta lasceremo ai nostri figli. È quale idea dell’uomo lasceremo loro. Se insegniamo che tutto ciò che esiste vale nella misura in cui è utile, prima o poi anche l’uomo finirà dentro quella stessa logica.

Serve avere la capacità di dire: questo non mi appartiene completamente. Mi è stato affidato. E ciò che mi è affidato non posso consumarlo come se dopo di me non venisse nessuno.

Custodire il creato significa, in fondo, custodire l’umano. Il futuro non è un deposito dal quale prendere. È un’eredità che abbiamo il dovere di lasciare.