Il caso che riaccende il dibattito
L’ultima vicenda che ha visto protagonista il conduttore di Report Ranucci – l’accusa frontale su Rete 4 contro il Ministro della Giustizia Nordio sulla grazia a Nicole Minetti – è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ci troviamo, infatti, di fronte a un servizio pubblico radiotelevisivo – Ranucci è un dirigente della Rai – che appare sempre più configurarsi come un tribunale politico e morale contro gli avversari di turno.
Certo, si tratta di un singolo episodio. Ma è altrettanto vero che esso si inserisce in un quadro ormai consolidato.
La crisi del pluralismo
La Rai ha cessato da tempo di essere un luogo di autentico e riconosciuto pluralismo politico, culturale e sociale. Esistono vere e proprie “zone franche” nelle quali si coltiva una militanza politica esplicita, spesso a prescindere da regolamenti, norme e codici interni.
L’appartenenza ha finito per sostituire ogni altra regola, contribuendo a trasformare la Rai in qualcosa di simile a una televisione commerciale a forte connotazione editoriale. La tifoseria, il settarismo e la faziosità politica hanno progressivamente soppiantato il principio di equilibrio.
Eppure, la Rai resta un’azienda storica, unica, di altissimo valore professionale. Per decenni ha accompagnato la crescita culturale e civile del Paese, svolgendo anche una funzione di supplenza civica e didattica, oltre a rappresentare – in molte fasi – un autentico pluralismo.
Una riforma non più rinviabile
Proprio per queste ragioni, forse è giunto il momento di intraprendere una strada diversa. Questa strada ha un nome preciso: privatizzazione della Rai.
Per realizzarla servono categorie oggi rare nel dibattito pubblico: coraggio, coerenza e lungimiranza. Ma si tratta di una riforma ormai necessaria. Va costruita con pazienza ed equilibrio, senza scorciatoie, ma senza neppure eludere il problema.
Per garantire un vero servizio pubblico radiotelevisivo potrebbe essere sufficiente un solo canale. Tutto il resto potrebbe essere collocato sul mercato. Il servizio pubblico residuo dovrebbe assicurare informazione, cultura, sport, intrattenimento e approfondimento, sotto il controllo di una governance chiara e trasparente.
Il modello della Fondazione
In questa prospettiva, torna attuale la proposta avanzata anni fa da Guido Bodrato: affidare il servizio pubblico a una Fondazione indipendente, pubblica e trasparente.
Un modello che consentirebbe di sottrarre la gestione alle dinamiche di appartenenza politica, garantendo al contempo qualità e responsabilità. Le esperienze di giornalismo più marcatamente schierato potrebbero così trovare spazio sul mercato, senza vincoli impropri.
Sarebbe poi il mercato stesso a regolare offerta e domanda, distinguendo tra informazione, opinione e propaganda.
Oltre l’ipocrisia del sistema attuale
Continuare a parlare di servizio pubblico radiotelevisivo, nelle condizioni attuali, rischia di essere fuorviante. Il pluralismo viene troppo spesso sacrificato sull’altare della faziosità.
La stagione della cosiddetta “lottizzazione”, pur con tutti i suoi limiti, garantiva un equilibrio tra culture politiche diverse. Oggi quella stagione è definitivamente archiviata. Al suo posto prevale una logica di appartenenza e di schieramento.
Il giornalismo di Report – come quello di altri programmi – rappresenta in modo emblematico questa trasformazione.
Una scelta politica inevitabile
Per queste ragioni, la privatizzazione del servizio pubblico radiotelevisivo si configura come una scelta politica non più rinviabile. È una sfida concreta che chiama in causa la qualità della democrazia e la credibilità delle istituzioni.
A meno che non si voglia continuare a convivere con un sistema segnato da ipocrisia, finzione e, soprattutto, da una crescente perdita di onestà intellettuale.
