Una guerra di logoramento
Non se ne viene fuori. La guerra fra Russia e Ucraina ormai è diventata una guerra di posizione. Estenuante. Piccole conquiste territoriali, ieri russe oggi ucraine. Nei territori del Donbass. Attacchi missilistici russi estemporanei, ma sempre più frequenti, sulle città ucraine e soprattutto sulla capitale. Risposte sempre più clamorose da parte ucraina. A Mosca e adesso pure a San Pietroburgo. Un’offesa che davvero Putin mai si sarebbe immaginata, all’inizio di un conflitto che pensava di risolvere in poche settimane, se non in pochi giorni.
L’impressione è che dal punto di vista psicologico oggi siano più forti gli ucraini. Perché dopo quattro anni non solo resistono ancora, ma sono in grado di attaccare gli invasori a casa loro. Divenuti massimi esperti mondiali nell’utilizzo dei droni, la nuova arma letale che ha cambiato lo svolgimento delle guerre, almeno in parte.
L’assuefazione del mondo
Il resto del mondo, assuefatto, non presta neppure più molta attenzione alla carneficina, perché di questo si tratta: un enorme numero di morti, giovani soldati ma pure tanti civili la cui vita è stata distrutta dall’insensatezza di una decisione presa da poche persone a Mosca.
Donald Trump, che assicurava di farla chiudere in pochi giorni, dopo i tentativi tutti sostanzialmente orientati a favorire la Russia ora sta cercando di allontanarsi da un ruolo, quello di mediatore, che non ha saputo svolgere. Ha fallito e per non ammetterlo fugge.
L’Unione Europea, nel format dei “volenterosi” soprattutto, sta invece aiutando Kyiv molto di più di quanto si sarebbe ritenuto quando gli Stati Uniti erano ancora guidati dal presidente Biden ed erano in prima linea nel sostegno alla nazione aggredita. Però non ha la possibilità di ergersi a mediatrice.
Il nodo irrisolto del Donbass
La Cina, il nuovo “Grande” del pianeta, sembra quasi avere interesse al prosieguo di un conflitto che di fatto sta indebolendo la Russia, suo junior partner sempre più necessitante del suo aiuto, che sta per lo più manifestandosi attraverso l’acquisto di greggio, peraltro a prezzi di favore.
Un quadro desolante, immobile. Perché i termini della questione rimangono gli stessi di sempre e non mutano. Il territorio: Mosca pretende il controllo dell’intero Donbass, pure di quello non conquistato militarmente. Kyiv al massimo potrebbe acconsentire al congelamento della linea del fronte. Nulla di più. E forse oggi neppure quello.
Le garanzie: Mosca non vuole offrirne, Kyiv le pretende: nessuna nuova aggressione potrà più esservi in futuro. Il timore, infatti, è che fra qualche anno, ricostituite le forze, i russi ci provino un’altra volta. Con le medesime motivazioni storiche e culturali utilizzate nel 2022 e ancor prima nel 2014 quando venne invasa la Crimea.
Nessuna via d’uscita
Del resto un accordo di pace che rendesse l’Ucraina sicura per sempre sarebbe una sconfitta strategica per il Cremlino. Proprio in ragione delle motivazioni che resero necessaria, come spiegò Putin, l’operazione militare speciale.
Una sconfitta costata centinaia di migliaia di vittime e la riduzione dell’economia russa a economia di guerra. Un prezzo molto alto che, a fronte di risultati materiali assai poco rilevanti, qualcuno potrebbe prima o poi far pagare allo zar.
Dunque Putin non può cedere. Ma neppure Zelenskyi può, è evidente. Nessuno è in grado di mediare. E allora la guerra prosegue. A bassa intensità sul terreno di combattimento e con fiammate che colpiscono i civili nelle città, ora però non solo quelle ucraine. No way out. Sembra proprio non vi sia via di uscita.
Anche perché, paradossalmente, la pace potrebbe arrivare solo se la Russia dovesse non riuscire più a sostenere il costo economico della guerra o se, per contro, l’UE (e gli USA) dovessero accettare un accordo che ponga l’Ucraina in una condizione di potenziale vulnerabilità futura. Condizione palesemente inaccettabile.
Quindi la guerra prosegue. Per inerzia.
