Il crollo di un equilibrio imperfetto
Arriverà un momento nel quale riusciremo a evadere dalla prigione mortale nella quale ci rinchiude il frenetico susseguirsi degli eventi e la conseguente ossessione per la cronaca “in tempo reale” e rifletteremo, tutti, sul significato più profondo di quanto è accaduto, e sta accadendo, in questi anni convulsi che hanno disarticolato l’ordine mondiale costruito nella seconda metà dello scorso secolo.
Un ordine certo non privo di difetti e di ingiustizie generatrici di sofferenze ma che aveva, pure, favorito lo sviluppo e l’allargamento dei principi democratici in quello che chiamavamo Occidente, un concreto tentativo di composizione dei contrasti nazionali attraverso l’organizzazione delle Nazioni Unite, gli accordi per il contenimento e il controllo degli armamenti nucleari, l’affermazione del diritto internazionale, la libera circolazione nei mari e molto altro ancora.
Ora, e nel breve volgere di un decennio (dall’invasione russa della Crimea nel 2014, a quella dell’Ucraina nel 2022; alla mattanza del 7 ottobre 2023 e alla conseguente furia distruttiva israeliana a Gaza, in Cisgiordania e ora nel Libano; al neo-imperialismo trumpiano visto all’opera in Venezuela e Iran con le armi e in alcuni altri luoghi con la minaccia di usarle) tutto questo è tramontato. Per utilizzare il titolo di un famoso libro probabilmente più citato che letto, è come se una Storia fosse finita e una, nuova ma con richiami antichi, fosse iniziata.
Un cambio di paradigma nella cultura politica
Certo, saranno gli storici in un prossimo futuro ad analizzare e a cercare di comprendere le ragioni di fondo che hanno determinato questo cambio d’epoca. Ma già oggi possiamo – quanto meno qui in Occidente, esercitando quel diritto alla libertà di pensiero che tuttora non ci è negato – cogliere alcuni elementi significativi di quello che potremmo definire, con espressione oggi un po’ troppo di moda, un “cambio di paradigma” o, quanto meno, un corposo tentativo di mutare il paradigma democratico della cultura occidentale.
Viene meno il riconoscimento del ruolo equilibratore e pacificatore degli organismi internazionali e sovranazionali di controllo e di garanzia universale.
Viene meno il rispetto dovuto alla sovranità degli Stati, quel principio westfaliano che in un qualche modo ha segnato l’ordine mondiale e l’equilibrio fra le diverse potenze che nelle varie epoche dell’era moderna si sono succedute ai vertici del potere globale. E con esso viene meno il rispetto dell’autonomia dei popoli, della loro libertà di scelta sul come auto-governarsi, della loro indipendenza.
E per contro viene formalizzato l’arbitrio col quale viene usata la forza da parte di quanti si ritengono essere i più forti, peraltro non sempre con esiti scontati (come Ucraina e Iran stanno dimostrando).
Il linguaggio della forza e l’erosione della democrazia
Un lessico brutale accompagna questo precipizio dell’umanità, scardinando non solo quel “politicamente corretto” in verità talvolta indisponente per eccesso di ipocrisia ma anche quello spazio di mediazione che il linguaggio diplomatico sempre concede.
Il consenso elettorale ottenuto attraverso libere votazioni viene trasformato in immediata possibilità di esercizio autocratico del mandato popolare, come se si volesse destrutturare l’articolazione democratica dello Stato inseguendo (qui, in Occidente) la via già esplorata altrove, in luoghi nei quali quella conformazione liberale non è mai esistita.
Le regole dell’ordinamento democratico vengono accantonate, pur se non formalmente rimosse, e sostituite con una concezione autoritaria del potere: verticale in quanto proveniente direttamente dal popolo, senza vere mediazioni partitiche; quasi assoluto in quanto non contestabile dagli istituti parlamentari e dalla libera stampa; quasi totale in quanto capace di evadere ogni possibile rilievo della Magistratura, un potere che si ritiene non dover essere, più, autonomo da quello politico, incarnato dalla figura del presidente-autocrate.
La domanda decisiva per l’Occidente
Viene così infranta l’intelaiatura democratica costruita nel tempo dal pensiero e dall’esercizio della dottrina liberale occidentale.
Come è potuto accadere tutto ciò? Questa è la domanda che bisogna porsi e alla quale cercare di rispondere. Ad esempio, le motivazioni che hanno spinto così tanti americani a (ri)votare Trump sono una prima risposta. Che merita d’essere meditata.
