Mi ritrovo appieno nel dilemma posto da Marco Follini e temo che non sia possibile trasporre certe spinte neopopuliste sul piano della liberaldemocrazia.
Il voto nel Land tedesco della Sassonia-Anhalt, con la formazione di destra estrema e illiberale AfD che supera il 43% dei consensi, e, forse ancor di più, le reazioni e i commenti suscitati nel resto del mondo lasciano intravedere, infatti, uno scenario inquietante.
Accanto al «corpo a corpo», descritto fra gli altri dal compianto Biagio De Giovanni, tra l’Occidente europeo e la Russia di Putin – sostenuta più o meno larvatamente dalla Repubblica popolare cinese –, parrebbe profilarsi la stasis, la guerra intestina all’interno dell’Occidente stesso.
Donald Trump plaude ai vincitori e al loro programma, che, guai a dimenticarlo, prevede, ad esempio, scuole separate e classi separate, rispettivamente per i disabili e per i figli dei rifugiati; una stretta cooperazione politico-economica e culturale con Mosca; il superamento dell’obbligo scolastico; la considerazione, nei programmi di studio e nel dibattito pubblico, della tragedia nazista come una nota a margine della vicenda tedesca. Oltre all’ormai celeberrima «remigrazione».
E i vincitori, russofili, vengono ovviamente elogiati da Vladimir Putin.
Non solo. Una sorta di stasis, almeno simbolica, vede contrapposte da noi, proprio rispetto al voto sassone, Forza Italia, per bocca del segretario e responsabile della Farnesina Antonio Tajani, e la Lega, con il suo leader, ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, di certo preoccupato dai sondaggi demoscopici che danno in crescita la formazione di Roberto Vannacci.
Qui la posta è altissima: non si tratta, poniamo, della tradizionale diatriba fra una destra incline a ridurre la pressione fiscale e una sinistra tendente a farvi leva per finanziare lo Stato sociale. E neppure di accenti differenti sui temi etici – dall’interruzione volontaria di gravidanza al fine vita – o sulla gestione dei flussi migratori.
No: qui sono in gioco – un gioco drammatico, ahinoi – visioni opposte della vita dei singoli e delle società, della stessa vicenda umana. Da un lato, con tutta la varietà possibile di opzioni, l’apertura, lo spirito di inclusione, la libera circolazione innanzitutto delle idee, l’anelito all’eguaglianza, la valorizzazione delle differenze; dall’altro, la chiusura, il controllo poliziesco, una sorta di «dirigismo culturale», un’idea mortifera della tradizione, ridotta a simulacro da ostentare.
Insomma: democrazia liberale, nella varietà delle sue declinazioni, versus «democratura».
Ora, torno a sottolinearlo, il dilemma coinvolge il cuore stesso dell’Occidente, ciascuna delle nostre società.

