Le armate del populismo che cingono sempre più strettamente le sempre più deboli roccaforti liberal-democratiche pongono un grande problema strategico. E cioè se quegli assalti debbano essere fronteggiati prendendoli di petto oppure cercando di riassorbirli all’interno di una strategia, diciamo così, più inclusiva.
Ora, si dirà che c’è populismo e populismo. E che quello che stiamo vedendo all’opera in Germania appare tra i più insidiosi. Sia per la forza espansiva che ha appena mostrato nelle elezioni in Sassonia-Anhalt. Sia per quei chiarissimi e inquietanti riferimenti al passato nazista da cui ha preso in appalto argomenti e parole d’ordine.
Dunque, in questo caso l’illusione di riassorbire la protesta dovrebbe essere preclusa dalla gravità del fenomeno in questione. Ma il problema, se vogliamo, è più ampio.
E riguarda cioè la possibilità che, attraverso un gioco più sottile – «romanizzare i barbari», come si usa dire – si possano gradualmente riassorbire fenomeni politici che si presentano come sfide all’intero impianto delle nostre democrazie.
Con i loro difetti, s’intende. Ma anche con quella loro cultura del limite che ha segnato un grande balzo di civiltà all’indomani della Seconda guerra mondiale.
E dunque: fare il viso dell’arme, non avendone la forza, oppure indossare la maschera del sorriso, non avendone la convinzione?
Sta tutto qui il nostro dilemma. E forse, tra i custodi del nostro vecchio e glorioso «sistema», sarebbe il caso di aprire una discussione più esplicita. Si para infatti davanti a noi uno di quei casi in cui le mezze misure non portano da nessuna parte.
Fonte: La Voce del Popolo – 10 settembre 2026
[Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]

