Home Giornale11 settembre, venticinque anni dopo: l’America ferita e il mondo che cambiò

11 settembre, venticinque anni dopo: l’America ferita e il mondo che cambiò

A venticinque anni dall’attacco alle Torri Gemelle l’autore (all’epoca Console Generale a New York) rievoca Ground Zero, la solidarietà di quei giorni e s’interroga sull’eredità politica di una tragedia che ha segnato il nostro tempo.

New York trasformata in un gigantesco formicaio

A distanza di venticinque anni dalla tragedia delle Torri Gemelle, ricordo ancora con chiarezza quei drammatici giorni durante i quali New York si trasformò in un gigantesco formicaio umano impazzito, “Ground Zero” divenne una spaventosa bolgia dantesca e le centinaia e centinaia di soccorritori sembravano anime in pena, condannate a frugare affannosamente, senza sosta, fra enormi cumuli di macerie fumanti e polverose, alla disperata ricerca di qualche segno di vita.

Mi risuona nelle orecchie il fragore assordante dei velivoli che penetrano con oscena violenza nelle due imponenti torri e l’immane esplosione di smisurate nuvole di fuoco, polvere e detriti che si addensano rapidamente verso la sommità dei due colossi in cemento e acciaio.

All’interno dei due grattacieli, centinaia di persone scendono precipitosamente in cerca di una via di fuga attraverso le interminabili rampe di scale, scontrandosi e ostacolando le squadre dei pompieri in salita, gravati dal peso di grossi sifoni idrici, mandati a spegnere le fiamme. Moriranno tutti.

Coloro che hanno scelto di utilizzare gli ascensori sono rimasti intrappolati: per tutti costoro la sorte è subito segnata.

Vedo decine di persone appese alle finestre per sfuggire al fumo tossico che ha invaso i locali, nella vana attesa di essere salvate dagli elicotteri, che volteggiano impazziti attorno agli edifici fumanti come enormi calabroni preistorici.

Altre scelgono deliberatamente di gettarsi, fluttuando come fantocci nell’aria per poi, dopo un folle disperato volo, schiacciarsi sull’asfalto, dove già annaspano terrorizzati centinaia di esseri umani emergenti da una spessa coltre di fuliggine, soffocati da tonnellate di detriti.

Sono immagini apocalittiche nelle quali emerge, agghiacciante, il panico incontrollato della popolazione che il destino ha fatto trovare in quel momento al World Trade Center, incapace di spiegare la causa di quel cataclisma da cui tenta in ogni modo di salvarsi.

 

Immagini destinate a entrare nella storia

Oggi, per assurdo, ancora più di ieri, quell’evento a volte assume ai miei occhi connotati biblici, come il diluvio universale, la distruzione di Sodoma e Gomorra, la caduta della Torre di Babele, il terremoto di Pompei e le grandi epidemie mortali. La tradizione, la leggenda, le credenze popolari e la religione hanno fornito via via chiavi di lettura rimaste poi in maniera indelebile nella storia dell’uomo e senza possibilità di contraddittorio.

Ecco perché il crollo delle Torri Gemelle e le circostanze entro le quali è maturato potranno, con il passare degli anni e dei secoli, assumere significati imprevedibili.

Tra questi, molto probabilmente, l’affannoso barcollare del Polifemo americano colpito nell’unico occhio dall’Ulisse islamico.

In qualità di testimone privilegiato, a me resta il compito di riveder passare dinanzi agli occhi e rievocare il combattivo sindaco Giuliani, gli eroici pompieri e poliziotti, l’indomito presidente George W. Bush che arringa il Congresso e incoraggia i connazionali, esortandoli a una decisa reazione, nonché le migliaia di anonimi volontari di vario sesso, età ed estrazione, tutti estremamente impegnati a prestare una generosa e disinteressata assistenza, nel quadro di una interminabile catena di solidarietà.

Non posso, infine, dimenticare l’angoscia struggente impressa sul volto dei familiari delle vittime, anche quando soltanto potenziali, che mi avvicinano per ottenere informazioni in grado di alimentare le loro speranze.

 

La forza morale di un popolo colpito al cuore

Tutto concorre a tracciare un affresco umano irripetibile destinato, con lo scorrere del tempo, a prendere sempre più forma e caratterizzato dall’enorme forza morale di un popolo chiamato a cimentarsi, per la prima volta nella sua storia, con un attacco devastante portato direttamente nel cuore della “capitale dell’impero”.

Dal timore di nuovi attentati si passerà poi a quello del bioterrorismo per l’improvvisa apparizione nel Paese del Bacillus anthracis, sotto forma di una strana polverina inviata con crescente, inquietante frequenza da anonimi spedizionieri ai principali centri di potere nazionali.

A volte risulterà letale per chi la riceve e incautamente la maneggia.

L’effetto psicologico sulla popolazione è devastante, ma l’imperativo è sempre quello: resistere e reagire.

In quei drammatici giorni, il Consolato Generale d’Italia ricevette migliaia di richieste d’informazioni alle quali fu spesso possibile dare seguito anche grazie alla preziosa collaborazione fornita dalle principali associazioni italiane e italo-americane di New York, così come dai numerosi connazionali che operavano nelle strutture amministrative e sanitarie della città. A tutti loro va ancora oggi la mia più sentita gratitudine.

Come pure tengo ancora a ringraziare i rappresentanti dei Comuni, delle Province e delle Regioni italiane che in gran numero visitarono la metropoli per portare la loro solidarietà alla popolazione.

Dedico un rinnovato grato ricordo all’allora ministro degli Esteri Renato Ruggiero, al ministro Mirko Tremaglia, all’Unità di Crisi della Farnesina e a tutto il personale del Consolato Generale per il pieno e incondizionato sostegno prestatomi.

Rendo, infine, onore a tutti coloro – membri di istituzioni pubbliche e private – per la perdurante, instancabile e meritoria attività volta, ancora oggi, a tenere vivo il ricordo delle centinaia di italiani e italo-americani periti in quel terribile criminale attentato.

 

Dalla memoria alla domanda: che cosa resta dell11 settembre?

Ciò detto, al di là di questa spontanea, doverosa commemorazione, penso che il venticinquesimo anniversario di quella immane tragedia debba costituire anche motivo di riflessione per tentare di capire, tra l’altro, se i motivi che la provocarono siano stati rimossi o, ancor meglio, se la frattura tra mondo islamico e imperialismo americano – punta più avanzata della civiltà occidentale, fondata su profonde differenze etniche, politiche e religiose – sia stata, seppur in parte, ricomposta.

In realtà, dall’11 settembre 2001 l’America non ha mai cessato di considerarsi in guerra con l’estremismo islamista, in un conflitto definito comunemente a bassa intensità.

Nel 2001, di fronte a una gravissima emergenza, il presidente Bush adottò decisioni che rafforzavano tendenze unilaterali e neoconservatrici già presenti all’interno dell’Amministrazione. Dopo l’attacco all’Afghanistan, per la mancata consegna di Osama bin Laden, fu la volta dell’Iraq, considerato dall’ala più integralista del Partito repubblicano il necessario completamento della reazione.

Di fatto, l’America doveva continuare a dare una forte risposta alla gravissima e cruenta provocazione, anche se la produzione di armi di distruzione di massa in Iraq, all’origine dell’intervento, si rivelò poi un autentico stravolgimento della realtà.

 

Afghanistan e Iraq, la potenza militare non è bastata

Eppure, sia in Iraq sia in Afghanistan la strapotenza militare americana non è servita a cambiare il corso degli eventi locali né tantomeno a trasformare i rapporti esistenti tra Washington e quei governi in rassicurante collaborazione.

In ambedue i Paesi i principi dei vecchi regimi – soprattutto quello talebano – perdurano e il sentimento antiamericano resta profondo.

Di sicuro, Atta e i suoi diciotto complici, autori suicidi del terribile attentato, e il diabolico organizzatore Osama bin Laden, le cui spoglie furono sepolte in mare dagli americani, sono ancora oggi rimpianti in quelle terre e, altrettanto sicuramente, numerosi emuli sarebbero pronti a ripetere il loro gesto criminoso.

Il fatto è che fino a oggi l’America, mentre ha continuato a predisporsi contro eventuali nuove, improbabili offensive islamiste, ha sottovalutato non poco la politica espansionista di Putin, con il risultato che oggi l’Occidente – soprattutto europeo – deve fare i conti sia con il pericoloso “neo-imperialismo russo” sia con la minacciosa invadenza del regime estremista di Teheran, basata sull’acquisizione della forza nucleare.

 

Venticinque anni dopo, un mondo non più sicuro

In altri termini, il venticinquesimo anniversario delle Torri Gemelle non può che registrare la sostanziale scarsa efficacia della politica estera americana, incapace di creare le condizioni idonee per instaurare nel mondo un maggior grado di sicurezza collettiva, fondato anche – ma non solo – sulla creazione di un reale pluralismo globale, che consenta alle masse più diseredate di acquisire decorose condizioni di vita e il riconoscimento di diritti civili fondamentali.

In tal senso, i predecessori di Trump non possono certamente vantare un migliore curriculum.

Troppo spesso e volentieri ci si dimentica, infatti, che politica, religione ed economia sono sempre più frequentemente indissolubili l’una dall’altra nel “villaggio globale” che ci caratterizza.