Sono due, a mio giudizio, le questioni principali che le manovre in corso sul futuro di Monte dei Paschi di Siena pongono all’area politica “popolare”.
La prima di merito, la seconda relativa al profilo dell’area politica di centro.
Il credito non è un mercato come gli altri
Nel merito credo sia importante cogliere l’occasione per ribadire il sostegno alla ricomposizione di un sistema creditizio nazionale, solido e plurale, come essenziale fattore di sviluppo per le nostre imprese.
In fondo non si tratta che di reinterpretare nella situazione attuale il fondamentale ruolo avuto dalle banche di interesse nazionale. Di infrangere un meccanismo che ha reso quelle che furono le vecchie banche commerciali finalizzate allo sviluppo delle imprese e dei territori, pezzi di un ingranaggio volto a trasferire la ricchezza dai molti a pochi, dal basso all’alto, dalle periferie al centro, il tutto su scala internazionale. Soggetti creditizi che nel contempo risultavano determinanti anche per la gestione del debito pubblico, non solo per la loro capacità di detenerlo ma anche per un diverso sistema contabile governativo che rendeva il debito “buono”, quello orientato allo sviluppo, non un peso ma un asset del Paese.
In questa prospettiva appare importante anche il rafforzamento del pluralismo del sistema creditizio italiano, che altrimenti si ridurrebbe a un duopolio di fatto: Intesa Sanpaolo da una parte, UniCredit dall’altra.
Il piano di Lovaglio, Mps, per il terzo polo con Bpm e Banca Generali, invece porterebbe alla creazione di un terzo attore nazionale con peso sufficiente a superare il duopolio, ma soprattutto dimostra che esiste un’alternativa industriale all’assorbimento, che può esserci un modello di crescita per aggregazione orizzontale piuttosto che per acquisizione verticale. In tal modo si può ridare centralità a una visione industriale del credito che non sia solo sinergie di costo, tagli, delisting e distribuzione agli azionisti. Perché una banca non è un’azienda qualsiasi, come invece sostengono i liberisti di scuola alla Marattin: è l’arteria principale per l’economia reale.
Si tratta di riconoscere che il mercato del credito non è un mercato come gli altri. La banca è un rapporto di fiducia, di lungo periodo, di accesso a un bene essenziale per l’esistenza stessa dell’economia. Quando il mercato del credito si concentra troppo, succede che il “partito unico” del mercato finisce per sovrapporsi alle scelte democratiche.
Il credito come leva di politica economica
E così nel mondo possiamo assistere al paradosso che proprio in sistemi a partito unico, come quello cinese, il “partito unico” del mercato non possa decidere tutto nel settore bancario. In Cina le policy banks — la China Development Bank, l’Exim Bank, l’Agricultural Development Bank — sono strumenti di Stato che indirizzano il credito verso settori strategici, infrastrutture, tecnologie avanzate, transizione energetica. Persino la Banca centrale, la Banca Popolare Cinese, pur essendo tecnicamente indipendente, opera all’interno di un quadro di piani quinquennali che definiscono le priorità nazionali. Non è un modello perfetto, anzi. Ma è un modello in cui il credito è considerato una leva di politica economica, non solo un veicolo di profitto privato. Analogamente all’Italia del boom economico in cui lo Stato, attraverso la Cassa per il Mezzogiorno, l’IMI, le banche pubbliche e le partecipazioni statali, indirizzava il credito verso le aree più deboli, sosteneva l’industrializzazione, costruiva infrastrutture. Era un paese in cui la Banca d’Italia non era solo un regolatore tecnico, ma un attore politico che sedeva al tavolo delle decisioni strategiche. Era un paese in cui si discuteva di sviluppo, non solo di valore per gli azionisti.
È quello che la politica deve tornare a fare ora. Il sistema creditizio va inserito in una strategia industriale più ampia. Il credito non è un fine a se stesso. Serve a finanziare le imprese, la transizione ecologica, la digitalizzazione, a ridurre le disuguaglianze sociali e territoriali.
Il Centro popolare oltre il dogma liberista
Ecco che allora credo che l’attuale dibattito sul rischio bancario ponga per la componente popolare del centro, la necessità di esprimere la propria posizione e visione, su questo come sugli altri temi principali, se si vuole evitare che l’attuale centro sia identificato solo con il dogmatismo liberista di cultura radicale, che del centro costituisce una deformazione se non un ossimoro. In generale ritengo sia più che mai necessario per l’area politica popolare offrire con continuità un contributo originale al centro, a partire da quelle cose che pur appartenendo alla propria storia, sprigionano, se adeguatamente aggiornate, una straordinaria attualità e capacità di affrontare le sfide del futuro.
