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Cattolici democratici, oltre il relativismo e la gnosi: la politica abbia un’anima

La crisi della democrazia non è soltanto crisi di istituzioni, partiti e rappresentanza: è anzitutto crisi di cultura e valori. Per ricostruire un Centro politico autenticamente popolare occorre ripartire dal legame tra etica e politica.

Prima della politica viene la cultura

Il disagio che attraversa la democrazia italiana non può essere letto soltanto attraverso la crisi dei partiti, l’astensionismo o l’indebolimento della rappresentanza. A monte c’è qualcosa di più profondo: una crisi culturale e morale, che investe il rapporto dei cittadini con la cosa pubblica e interroga in modo particolare i cattolici.

Occorre una nuova generazione capace di considerare l’impegno politico come un compito alto, sottraendolo tanto all’improvvisazione quanto alla semplice gestione del consenso. La storia offre un precedente significativo. Quando i cattolici elaborarono il Codice di Camaldoli, avevano compreso che la ricostruzione politica dell’Italia avrebbe avuto bisogno, prima ancora che di formule organizzative, di un progetto culturale. De Gasperi e la generazione che preparò il secondo dopoguerra poterono affrontare la crisi dello Stato perché disponevano di categorie, valori e strumenti adeguati.

È precisamente ciò che oggi sembra mancare. La dissoluzione dei grandi riferimenti collettivi ha lasciato il campo a una politica sempre più povera di pensiero, mentre l’interesse particolare tende a prevalere sul bene comune. Ma i ricordi di famiglia non bastano a costruire una memoria collettiva: la tradizione deve tornare ad essere cultura viva, capace di misurarsi con le domande del presente.

 

La persona al centro della democrazia

Anche la crisi dei partiti nasce da qui. L’articolo 49 della Costituzione assegna loro una funzione essenziale nella partecipazione democratica. Eppure essi hanno progressivamente perduto radicamento territoriale, capacità formativa e rappresentatività. Troppo spesso l’elettore è chiamato ad avallare decisioni assunte dagli apparati, anziché scegliere persone riconoscibili per storia, competenza e rapporto con le comunità.

Un partito, invece, non è una semplice macchina elettorale. Deve possedere una visione dell’uomo e della società, perché ogni progetto politico presuppone un’antropologia. È qui che il personalismo comunitario, così profondamente presente nella Costituzione repubblicana, conserva tutta la propria attualità.

Lo Stato non crea la persona e non le concede dall’alto la dignità: la riconosce. La società democratica deve quindi favorire la realizzazione dell’uomo nella sua dimensione individuale e relazionale. Anche per questo la tradizione popolare ha privilegiato strumenti istituzionali capaci di favorire pluralismo, partecipazione e mediazione, a partire dai sistemi elettorali proporzionali sostenuti da Sturzo e De Gasperi.

La politica non può ridursi a tecnica del potere. Ha bisogno di relazioni, responsabilità, amicizia civile e di una concezione della libertà che non separi i diritti dai doveri verso gli altri.

 

Bene comune contro relativismo

La questione decisiva riguarda dunque il rapporto tra etica e politica. Il bene comune non coincide con la somma degli interessi individuali e neppure con il compromesso momentaneo tra esigenze contrapposte. Esso riguarda la qualità delle relazioni che consentono alla persona di vivere e svilupparsi dentro una comunità.

È questo uno dei contributi più rilevanti che il cristianesimo ha offerto alla democrazia moderna, senza che ciò comporti alcuna tentazione integralistica. La stessa Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 reca una forte impronta personalistica, affiancando ai diritti propri della tradizione liberale quelli sociali.

Il problema nasce quando la libertà viene separata da qualsiasi riferimento oggettivo al bene e la coscienza individuale diviene l’unica misura del giusto e dell’ingiusto. La coscienza non è un oracolo infallibile: è una facoltà che deve essere educata e formata. Può crescere nella conoscenza del bene, ma può anche deformarsi.

Il relativismo etico finisce così per indebolire proprio quella concezione della persona che dovrebbe fondare la democrazia. Se ogni valore dipende esclusivamente dalla decisione soggettiva, diventa difficile individuare un terreno comune sul quale edificare una convivenza realmente solidale.

 

Oltre la gnosi, un Centro con un’anima

Dentro questa crisi culturale riaffiorano inoltre suggestioni che, pur presentandosi come innovative, ripropongono antiche forme di gnosticismo: l’idea di élite depositarie di una conoscenza superiore, la svalutazione della realtà concreta, il radicalismo che pretende di rifondare l’uomo e la società prescindendo da ogni ordine morale.

Nel Novecento simili suggestioni hanno attraversato, con linguaggi differenti, settori della destra e della sinistra, alimentando esoterismi, utopie rivoluzionarie e forme di aristocraticismo politico. Oggi rischiano di riapparire sotto le insegne del superamento delle vecchie appartenenze, combinandosi con il relativismo del postmoderno.

Per i cattolici democratici la risposta non può consistere nella nostalgia. Occorre piuttosto riaprire il cantiere della formazione politica, dotando una nuova generazione degli strumenti filosofici e culturali necessari per orientarsi nel labirinto contemporaneo.

Anche la costruzione di un nuovo Centro acquista senso soltanto dentro questa prospettiva. Non basta occupare uno spazio geometrico tra destra e sinistra, né assemblare sigle e leadership. Serve un Centro popolare, democratico e personalista, capace di rimettere la dignità della persona, la responsabilità, la solidarietà e il bene comune al centro dell’azione pubblica.

La democrazia, infatti, non vive soltanto di procedure. Ha bisogno di cittadini formati, partiti autenticamente rappresentativi e classi dirigenti consapevoli che la politica senza un fondamento morale si riduce inevitabilmente ad amministrazione del potere. È in questo senso che la tradizione cattolico-democratica può ancora offrire qualcosa al Paese: non la riproposizione di un passato, ma una cultura politica con cui affrontare il futuro.

 

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