Il governo Meloni taglia il traguardo della sua longevità. A conti fatti si tratta dell’esecutivo durato più a lungo nella nostra lunga, concitata e traballante storia repubblicana. Circostanza che viene accompagnata in queste stesse ore da un una discreta quantità di squilli di trombe e rulli di tamburo. Nulla da obiettare, s’intende. Tranne per il fatto che non è mai la quantità di tempo che fa la differenza. Semmai la sua qualità, la sua intensità. In una parola, il frutto che se ne è saputo estrarre.
Nella prima legislatura De Gasperi fu costretto a due crisi di governo che diedero vita a tre diversi esecutivi. Eppure quei primi cinque anni della nostra vita pubblica furono i più fruttuosi, quelli che decisero del nostro destino per molti altri anni a venire. Non per caso, direi.
La politica di coalizione, in un paese così complicato come il nostro, è sempre un po’ traballante. Mescola interessi e visioni in conflitto e li amalgama con una certa fatica. Gettare la polvere di tutto questo tramestio sotto il tappeto di Palazzo Chigi arreca quasi sempre un conforto di breve durata.
E infatti il governo che a Bari celebra il suo compleanno è lo stesso che si trova sempre più a fare i conti con l’affiorare di dissensi, malumori, trappole e trappoline nascoste che complicano ogni giorno di più il suo faticoso cammino.
“Il tempo – scriveva Marguerite Yourcenar – è un grande scultore”. Infatti bisognerebbe misurare soprattutto la solidità di quella scultura. E dopo, solo dopo, decidere se vale la pena di fare tutta quella festa.
Fonte: La Voce del Popolo – 3 settembre 2026
[Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]

