Dalle proteste alle carte processuali
A Taybeh hanno deciso di cambiare strategia. Non soltanto denunce, appelli alla comunità internazionale e richieste di protezione: adesso si prepara la via dei tribunali americani.
Il Comune del villaggio palestinese, a maggioranza cristiana, nella provincia di Ramallah, ha invitato gli abitanti in possesso della cittadinanza statunitense o della Green Card a documentare aggressioni, danneggiamenti di case e terreni e impedimenti nell’accesso alle proprietà. L’obiettivo è costruire il dossier necessario per un’azione civile negli Stati Uniti.
Non siamo ancora davanti a una class action formalmente incardinata: è in corso la raccolta delle testimonianze e delle prove. Ma proprio questo dettaglio rende interessante l’iniziativa. Perché il possibile procedimento non riguarderebbe soltanto gli autori materiali delle violenze: il Comune intende portare all’attenzione della giustizia americana anche organizzazioni con sede negli Stati Uniti che, secondo le accuse, avrebbero sostenuto le attività contestate.
Il progetto vede il coinvolgimento della Palestinian-American Olive Branch Funding Group e, secondo la municipalità, l’avvocato Jonathan Kuttab si sarebbe dichiarato disponibile a sostenere i costi dell’azione.
Un villaggio cristiano sotto pressione
Taybeh non è un luogo qualsiasi. È considerato l’ultimo villaggio palestinese interamente cristiano della Cisgiordania e ospita comunità greco-ortodossa, melchita e latina. Da mesi sacerdoti e abitanti denunciano una crescente pressione sulle terre circostanti.
In giugno padre Bashar Fawadleh, parroco latino, aveva denunciato aggressioni mentre alcuni residenti cercavano di spegnere incendi nelle campagne. In luglio aveva lanciato un nuovo allarme per la possibile nascita di un avamposto di coloni a poca distanza dalle abitazioni. In agosto la situazione è ulteriormente peggiorata: residenti e attivisti israeliani per i diritti civili hanno denunciato aggressioni, recinzioni abbattute e incursioni nelle proprietà.
Persino la proclamazione di un’area militare chiusa non sembra aver risolto il problema. Il sindaco Suleiman Khourieh ha sostenuto che gli avamposti continuano ad allargarsi e che i coloni continuano a entrare nei terreni agricoli.
La battaglia arriva in America
È qui che l’iniziativa di Taybeh acquista un significato politico più ampio. Se esistono circuiti finanziari internazionali capaci di sostenere attività che producono conseguenze concrete nei territori occupati, la responsabilità — questa è la tesi che dovrà eventualmente essere dimostrata davanti a un giudice — potrebbe non fermarsi alla frontiera israeliana.
Taybeh prova dunque a rovesciare la prospettiva: non aspettare soltanto che intervengano governi e diplomazie, ma utilizzare gli ordinamenti democratici occidentali per verificare responsabilità, finanziamenti e risarcimenti.
Per un piccolo villaggio cristiano della Palestina è una sfida enorme. Ma contiene una domanda che riguarda anche l’Europa: se il diritto internazionale viene continuamente invocato e troppo spesso disatteso, perché non cominciare a far parlare concretamente i tribunali?

