Il centro non è il rifugio dei codardi
Ho letto con attenzione alcune riflessioni circolate in questi giorni a proposito della visita di Papa Leone al Meeting, e devo dire che c’è un equivoco di fondo che mi preoccupa. Chi le ha scritte teme che quella visita possa risvegliare nostalgie per un “centro cattolico” che, nelle sue parole, sa di moderatismo sterile, di mediazione tiepida tra opposti estremismi. Un centro inteso come posizione comoda, un rifugio dorato che ci permette di non sporcarci le mani con le vere periferie esistenziali.
Ma mi permetta di dissentire: il “centro” della migliore tradizione democristiana italiana – quella di De Gasperi, Moro, Dossetti, La Pira – non è mai stato questo. Non era moderatismo acquiescente quello di chi ricostruiva l’Italia dalle macerie del dopoguerra, non era fuga dalle responsabilità quella di chi scriveva la Costituzione repubblicana. Era, piuttosto, il coraggio della sintesi creativa: il luogo dove il Vangelo si faceva storia senza rinunciare alla sua radicalità.
Gesù: centro o provocatore?
Quando afferma che “Gesù Cristo era tutto fuorché centro e mediazione”, confonde la provocazione profetica con l’assenza di centro. È vero, Gesù ha sconvolto le certezze del suo tempo, ha ribaltato le gerarchie, ha scandalizzato i benpensanti. Ma ha anche fondato una Chiesa, ha dato comandamenti nuovi, ha istituito sacramenti. Ha creato un centro diverso, certo: non quello del potere del Tempio o di Roma, ma un centro che rimetteva gli ultimi, i poveri, i peccatori al cuore della storia.
La profezia biblica non è mai stata evasione dal mondo. I profeti parlavano ai re, costruivano comunità, indicavano percorsi concreti. Elia sul monte Carmelo è stato profetico e travolgente, ma dopo è dovuto scendere e continuare il suo ministero nella storia quotidiana. La vera profezia non fugge: trasforma.
Quale profezia stiamo cercando?
Lei invoca una “profezia rara”, e su questo siamo d’accordo. Ma mi spieghi: a quale profezia si riferisce esattamente?
Se parla della profezia di denuncia, quella esiste già, e spesso rischia di diventare sterile critica senza proposta costruttiva. Se pensa alla profezia delle periferie, Papa Francesco l’ha incarnata magnificamente, ma non per questo ha rinunciato a costruire ponti, dialoghi, mediazioni difficili. Se allude a una profezia radicale contro il capitalismo, allora perché non uscire completamente dalle strutture e vivere in comunità alternative?
La verità è che la vera profezia è quella che trasforma la storia, non quella che la abbandona. Tonino Bello diceva: “La profezia non è prevedere il futuro, ma costruire il futuro”. E il futuro si costruisce stando nel “centro” delle responsabilità, non solo dalle “periferie” della denuncia.
I corpi intermedi: salvezza o malattia?
Qui tocchiamo il nervo scoperto del nostro dissenso. Lei vede nei corpi intermedi, nella democrazia cristiana, nell’impegno costruttivo nelle istituzioni un “virus del centro” destinato a “non far primavera”.
Noi, al contrario, vediamo in quei corpi intermedi l’antivirus di una democrazia malata che, senza di essi, cade inevitabilmente nel populismo o nel tecnocratismo. La sussidiarietà, le formazioni sociali tra l’individuo e lo Stato, il tessuto associativo: sono il cuore pulsante della dottrina sociale della Chiesa, non un accidente storico da superare.
In una società sempre più frammentata e individualista, dove lo Stato diventa distante e il mercato predatorio, rinunciare al “centro” come luogo di coesione sociale significa consegnare il campo alle forze della disgregazione.
Una Chiesa cambiata, ma non arresa
È vero, la Chiesa è cambiata, l’Italia è “post-cattolica”, la società è multiculturale. Proprio per questo, però, serve un nuovo umanesimo cristiano che sappia essere sale della terra senza pretese egemoniche, che sappia proporre senza imporre.
Il Meeting di Rimini nasce da questa intuizione geniale: la fede che si confronta con la cultura, con la politica, con l’economia, senza paura di sporcarsi le mani. Papa Leone che viene al Meeting non è nostalgia del passato, ma audacia del presente: è la fede che dialoga, che propone, che costruisce ponti dove altri vedono solo muri.
Dalle parti delle vittime, costruendo alternative
La sua dicotomia è falsa: o profezia radicale dalle parti delle vittime, o irrilevanza.
Noi crediamo fermamente che si possa stare dalle parti delle vittime costruendo alternative concrete. Le cooperative sociali, l’economia civile, il terzo settore, le comunità di accoglienza: sono tutte esperienze che nascono dall’intuizione democristiana della sussidiarietà e che oggi sono più attuali che mai.
Migranti, ambiente, lavoro, critica al capitalismo: sono tutti temi su cui i cattolici democratici sono stati pionieri, non seguaci. Basti pensare a come la DC ha introdotto in Italia i diritti dei lavoratori, il welfare, la protezione sociale. Non erano forse profezia incarnata nella storia?
La profezia della responsabilità
In conclusione, la profezia che cerchiamo non è quella che fugge dal centro, ma quella che lo trasforma. Non è quella che denuncia e basta, ma quella che costruisce alternative credibili. Non è quella che si ritira nelle periferie per purezza, ma quella che dalle periferie sa irradiare luce al centro.
De Gasperi ricostruiva l’Italia mentre difendeva i poveri. Moro tendeva la mano mentre non dimenticava gli ultimi. Dossetti scriveva la Costituzione mentre pregava.
Questa è la profezia rara che cerchiamo: quella che non ha paura del “centro” perché sa che il Vangelo è abbastanza radicale da trasformarlo, abbastanza forte da abitarlo, abbastanza profetico da redimerlo.
Grazie Papa Leone. La profezia la stiamo cercando: non nelle fughe dal mondo, ma nella trasfigurazione del mondo.
