La sconfitta di Trump e il rischio delle interpretazioni
Qualche volta bisogna saper andare al sodo. La sconfitta di Trump è l’occasione per le riflessioni di politologi, sociologi, economisti e tutti gli esperti interessati alla questione. The Donald ha subito avvertito di avere in mano il potere di veto contro il Congresso di cui non ha dominio. Sembra un po’ il gioco del tiro a piattello, non appena il Parlamento lancerà una proposta lui sarà pronto ad impallinarla. Più che anatra zoppa possiamo dire di anatra fucilata e non ci sarà pranzo e cena per nessuno.
Nelle analisi occorre prudenza ed insieme capacità di semplificazione per non perdersi in una interpretazione più compiacente al proprio pensiero, piegando il fatto al credo personale. C’è il serio rischio di voler adattare il corpo all’abito che un elettorato ha confezionato.
Old e new style, una drammatica contesa
Trump ha dichiarato che se fosse stato lui in lizza avrebbe vinto a mani basse, buon per lui che ci crede. Più grave quando ha detto, con la consueta delicatezza, che molti candidati repubblicani non avevano le carte da gioco sufficienti per sedersi al tavolo. Non si comprende perché siano stati messi allora in campo.
Ad una giornalista della emittente televisiva Fox ha detto che è stupida come un sasso e che non ne sopporta la voce. Ora non risulta che sia possibile misurare il quoziente intellettivo di un minerale che non sembra sia dotato di cervello. Insomma il paragone non è calzante avendo mischiato le mele con le pere e tutto questo non funziona. Da qui l’eventuale rischio poi di essere lapidato da tutti quelli che possono sentirsi offesi al riguardo. Trump non conosce prudenza e non considera che il “saxum” è la roccia compatta contro cui potrebbe ancora sbattere contro.
Un campo dal cuore più largo?
Venendo alle cose di casa nostra, è possibile che l’Opposizione festeggi per il risultato americano, che trovi nuovi stimoli per il futuro, che si senta incoraggiata a procedere sulla via intrapresa, anche se non ancora esattamente distinta.
La tentazione forte in cui sarebbe bene non cadere è quella di dare un carattere ideologico allo schiaffo in faccia preso da Trump. Raccontarsi che da lì nasce la riscossa della Sinistra, la ripresa di una sua nuova missione per il mondo, un modello a cui ispirarsi per cambiare gli attuali assetti internazionali sarebbe come gettarsi del fumo negli occhi.
Il cinismo della concretezza alla ribalta
Il voto di “midterm” più seccamente ci dice di un comprensibile e più ancora ostinato egoismo dell’elettore americano a cui non frega niente di ridare ideali e nobiltà a questo nostro disgraziato mondo.
Esportare la democrazia in Iran o in Afghanistan non è affatto nei suoi piani. Guarda asciuttamente al suo portafoglio, al costo della benzina, all’inflazione ed ai conti quotidiani della spesa.
Che la causa delle sue difficoltà sia dei Conservatori o dei Democratici poco gli interessa, non ha un Moloch da onorare ad ogni costo. Bastona chi comanda ed è per adesso responsabile dei suoi affanni.
Da “America First” si è passati ad “I First”, io prima di tutto.
Nel nostro Sud, senza stare a perdersi troppo in chiacchiere, si direbbe “Mi battezza chi mi è compare”, chi mi fa stare bene allora quello è amico mio.
La politica sappia tenerne conto.

