Donald Trump lo ha fatto di nuovo. Venerdì 24 luglio, intervenendo davanti ai corrispondenti della Casa Bianca, il presidente ha riservato una parte dei suoi attacchi a James Talarico, candidato democratico al Senato federale in Texas. Non è stata una citazione casuale. Da mesi Trump ha messo nel mirino il giovane deputato statale, che a novembre affronterà il repubblicano Ken Paxton per il seggio oggi occupato da John Cornyn.
Una sfida diventata improvvisamente vera
Trump ha storpiato il nome dell’avversario chiamandolo “James Talafreako” – dal termine inglese freak, usato in senso dispregiativo per indicare una persona strana o eccentrica – e ha sostenuto che Talarico «odia le armi, odia il petrolio, odia il sesso, odia le donne» e si presenterebbe come «un cristiano che odia il cristianesimo». Poi la battuta: «A parte questo, penso che il suo programma sia piuttosto buono».
Il tono è quello consueto di Trump, fatto di soprannomi, caricature e provocazioni. Ma dietro l’irrisione esiste un problema politico molto concreto per i repubblicani.
Il Texas non dovrebbe essere, sulla carta, uno Stato realmente contendibile per i democratici. Da oltre trent’anni il Partito repubblicano domina le elezioni statali e Donald Trump, nel 2024, vi ha ottenuto un vantaggio di circa quattordici punti. Eppure la candidatura di Talarico ha progressivamente trasformato la gara per il Senato in una competizione molto più incerta del previsto.
I numeri spiegano l’attenzione della Casa Bianca. La media dei sondaggi elaborata da RealClearPolitics registra Paxton al 45,2 per cento e Talarico al 44,6: appena sei decimi di punto di differenza. Un sondaggio dell’Università del Texas di giugno aveva misurato Paxton al 43 per cento e Talarico al 42, con uno scarto statisticamente irrilevante. Ancora più significativo il rilevamento New York Times/Siena: 47 per cento a Paxton e 47 per cento a Talarico.
Siamo, dunque, pienamente dentro il margine di errore.
Perché Talarico preoccupa la Casa Bianca
Il giovane democratico rappresenta un tipo di candidato particolarmente insidioso per la narrazione trumpiana. Ha 37 anni, è stato insegnante, è deputato alla Camera del Texas e ha studiato teologia. Parla apertamente della propria fede cristiana, ma la collega a posizioni progressiste e a un messaggio economico fortemente centrato sulla classe media, sui lavoratori, sul costo della vita e sulla critica al potere dei grandi interessi economici.
È proprio questa combinazione a renderlo un avversario meno facilmente incasellabile nello stereotipo del democratico liberal delle grandi città americane.
Talarico cerca di parlare anche a quell’elettorato religioso e popolare che negli ultimi anni si è progressivamente spostato verso i repubblicani. Nello stesso tempo attacca un sistema economico che, sostiene, è stato piegato agli interessi dei grandi finanziatori e delle élite economiche.
La vulnerabilità maggiore di Talarico resta però sul terreno delle cosiddette “culture wars”. I repubblicani hanno recuperato alcune sue dichiarazioni sui diritti delle persone transgender, sulle armi e sulla religione, tra cui la frase «Dio è non binario» – vale a dire non riconducibile alla distinzione umana tra maschile e femminile – utilizzandole per dipingerlo come troppo progressista.
Trump ha scelto esattamente questo terreno: non tanto contestare il programma economico del candidato democratico, quanto trasformarlo in un simbolo della sinistra culturale americana.
Ma la strategia contiene anche un rischio. Più il presidente degli Stati Uniti attacca personalmente Talarico, più contribuisce ad attribuirgli una statura nazionale che fino a pochi mesi fa non possedeva.
La risposta (ironica) di Talarico
La reazione della campagna democratica è stata finora soprattutto ironica. Lo staff di Talarico ha scelto di appropriarsi dell’appellativo “Talafreako”, trasformandolo in uno strumento di comunicazione e perfino in merchandising elettorale.
È un meccanismo ormai frequente nella politica americana: neutralizzare l’insulto appropriandosene e trasformandolo in un segno identitario.
Anche una parte dei sostenitori di Talarico sembra aver reagito in questo modo. L’obiettivo è evidente: presentare gli attacchi presidenziali non come una delegittimazione del candidato, ma come la prova indiretta che la Casa Bianca considera ormai la sua candidatura una minaccia reale.
Talarico, dal canto suo, cerca di evitare uno scontro quotidiano esclusivamente personale con Trump e Paxton e insiste soprattutto sui temi economici, sul costo della vita, sulla scuola pubblica e sulle condizioni della classe media.
Particolarmente delicata è la battaglia per il voto ispanico. Una parte significativa dell’elettorato latino del Texas si è spostata verso Trump nel 2024, soprattutto nelle contee lungo il confine con il Messico. Talarico sta cercando di recuperare quel terreno con una linea che combina maggiore attenzione alla sicurezza della frontiera e rifiuto della rappresentazione delle comunità di confine come un problema esclusivamente migratorio.
Il punto politico è semplice: per vincere non gli basta mobilitare Austin, Houston, Dallas e l’elettorato democratico tradizionale. Deve riportare verso il Partito democratico una quota significativa di elettori indipendenti, moderati e ispanici.
Se vincesse Talarico cambierebbe la geografia politica americana
Un’eventuale vittoria democratica avrebbe conseguenze ben superiori alla conquista di un singolo seggio.
In primo luogo interromperebbe un dominio repubblicano nelle competizioni statewide del Texas che dura da oltre trent’anni. Sarebbe un cambiamento simbolicamente enorme: lo Stato che ha rappresentato per decenni una delle colonne portanti del potere repubblicano diventerebbe improvvisamente contendibile.
In secondo luogo, una vittoria di Talarico costringerebbe il Partito repubblicano a modificare la propria geografia elettorale. Il GOP non potrebbe più considerare automaticamente sicuri i quaranta voti elettorali del Texas nelle elezioni presidenziali future e dovrebbe investire risorse, organizzazione e denaro in uno Stato che fino ad oggi poteva quasi dare per acquisito.
Ma soprattutto c’è il Senato. La maggioranza della Camera alta si giocherà nel 2026 su pochi seggi. Se i democratici riuscissero a strappare proprio il Texas, compensando eventuali difficoltà in altri Stati, la vittoria di Talarico potrebbe contribuire direttamente a determinare chi controllerà il Senato negli ultimi due anni del mandato presidenziale di Trump. E questo cambierebbe radicalmente i rapporti di forza a Washington: dalle nomine giudiziarie all’approvazione delle leggi, fino alla capacità della Casa Bianca di portare avanti la propria agenda.
Per Talarico resta una montagna da scalare.
Il Texas continua ad avere una struttura elettorale favorevole ai repubblicani e gli stessi sondaggi mostrano come molti elettori, pur giudicando positivamente il democratico sul piano personale, continuino a preferire una maggioranza repubblicana al Senato.
Eppure il semplice fatto che oggi Talarico e Paxton siano separati da pochi decimali rappresenta già una novità politica rilevante.
Forse è proprio qui la spiegazione più semplice dell’attenzione che Trump gli dedica. Quando il presidente degli Stati Uniti comincia a riservare ripetutamente soprannomi, battute e attacchi a un deputato statale di 37 anni, fino a poco tempo fa quasi sconosciuto fuori dal Texas, difficilmente si tratta soltanto di gusto per la provocazione.
Significa, con ogni probabilità, che qualcuno alla Casa Bianca ha cominciato a guardare seriamente i numeri. E quei numeri dicono che, nell’America delle elezioni di metà mandato, persino il Texas non appare più completamente al sicuro.
