Home GiornaleUcraina, meglio un dibattito aperto che il pilota automatico verso l'irreparabile

Ucraina, meglio un dibattito aperto che il pilota automatico verso l’irreparabile

l conflitto ucraino attraversa partiti e società, rivelando fratture profonde. Riaprire un autentico confronto democratico sulla guerra è indispensabile per sottrarre l’Europa al rischio di una deriva irreparabile.

Una polarizzazione che attraversa partiti e società

La polarizzazione che, anche nel nostro tempo, è generata dal dibattito sulla guerra credo vada riconosciuta come un fatto importante per la democrazia e per il nostro futuro.

Vi sono in particolare almeno quattro aspetti su cui vale la pena riflettere.

Il primo aspetto è costituito dal fatto che lo scivolamento su quello che Massimo Nava ha definito sul Corriere della Sera, come il piano inclinato che porta allo scontro totale con la Russia, da un lato, e il ripudio costituzionale, etico, politico e storico della guerra come strumento per la risoluzione delle controversie internazionali, dall’altro, generano una polarizzazione che stenta ad identificarsi con una precisa parte politica, e sembra piuttosto tendere a una trasversalità che attraversa i partiti figli delle principali culture politiche, e che attraversa i gruppi dirigenti in senso lato dei Paesi membri della Ue.

Una dinamica niente affatto nuova, già manifestatasi nel nostro Paese alla vigilia di entrambi i conflitti mondiali, pur con processi politici e sociali radicalmente diversi.

Per fare un solo esempio, al Popolo d’Italia, non mancarono mai i mezzi per sostenere la giravolta politica del Mussolini divenuto interventista. In ogni epoca c’è sempre qualcuno che si premura di finanziare le posizioni funzionali a trascinare i popoli in guerra. Non sarebbe carino domandarsi quali ambienti svolgano tale “funzione” nel presente, ma chiunque credo possa verificarlo. E questo zelo nel confezionare narrazioni idonee a innescare, giustificare e fare durare a lungo i conflitti armati genera quasi sempre una iniziativa in senso contrario, oggi come in passato sostenuta dalla Chiesa, dai pontefici, da molte organizzazioni di popolo. Questo movimento a sua volta non è ingabbiabile in una precisa parte politica, può essere frammentato, carsico, e comunque trasversale ai partiti e ai movimenti.

Quando viene meno il confronto democratico

Dunque, e siamo al secondo aspetto, se si registra una tale diversità di posizioni in gran parte dei corpi sociali sulla strategia da tenere nei confronti della questione ucraina, ci si dovrebbe aspettare una discussione molto ampia al loro interno. La quale invece spesso manca oppure non appare adeguata all’importanza capitale per il nostro avvenire del conflitto in corso nell’Europa dell’Est.

Perché le posizioni, quella oltranzista e quella più dialogante, appaiono spesso cristallizzate, ormai poco inclini al reciproco ascolto. Questo va considerato un aspetto grave, perché rischia di mettere in discussione uno dei presupposti per un effettivo dibattito democratico.

La guerra vista dalle élite e dai ceti popolari

Sempre in tema di chiusure, credo che altrettanto preoccupante sia il terzo aspetto, quello dello scollamento sociale che si registra rispetto alla guerra. Il caso della nota analista politica che si preoccupa della preparazione psicologica del popolo per affrontare una guerra imminente costituisce solo la punta di un iceberg di una separazione di prospettive che si è instaurata fra i diversi ambienti sociali. Per una élite la guerra può rappresentare gioco, strategia, opportunità di fare soldi e carriera mentre per i ceti popolari la guerra è l’ipoteca che incombe sul loro futuro, sui figli e sui giovani, sulle cose che hanno costruito con fatica e dedizione. Qui si può ravvisare una contiguità fra il cimitero della rappresentanza in cui giacciono i partiti e l’assenza di empatia, il distacco glaciale, per non dire il cinismo con cui alcuni ambienti che cercano di influenzare la politica estera degli stati, guardano ai normali cittadini rispetto alle problematiche della sicurezza internazionale.

La prudenza italiana e il rischio del nuovo baratro

Un quarto aspetto, relativo a come le istituzioni del nostro Paese si pongono di fronte all’epoca buia che l’Europa sta di nuovo attraversando, sembra essere confortante. L’Italia per importanti ragioni di vario ordine si trova in una situazione molto diversa da tutti gli altri grandi Paesi europei rispetto al conflitto russo-ucraino, che la porta a tenere una posizione più defilata e prudente, pur con un margine d’azione non illimitato. E questa sembra essere la posizione prevalente del sistema Italia nel suo complesso, senza sostanziali differenze fra gli schieramenti politici, nonostante forti e continue iniziative esercitate da esigui ma potenti gruppi di pressione per attuare con più efficacia la linea dello scontro totale, in ultima analisi, dettata dal Regno Unito, con al seguito le attuali dirigenze di Francia e Germania.

Nel complesso dunque il dibattito sulla guerra ucraina, implica questioni di fondamentale rilevanza da cui dipende non solo il futuro dell’Europa ma anche la tenuta dell’assetto economico, sociale e istituzionale del nostro Paese come degli altri membri dell’Ue. E anche se la mera propaganda, che prescinde dal rispetto dei fatti, della storia, del buon senso, talora sembra prendere il sopravvento su un confronto serio e fondato, il solo fatto di essere consapevoli che dalla natura di questo dibattito dipende in gran parte lo scenario futuro, in fondo costituisce già una apprezzabile alternativa al pilota automatico a senso unico che rischia di condurre il nostro continente in un nuovo baratro.