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Una videochiamata dal carcere allunga la vita a mafiosi, narcos e terroristi

Dalle videochiamate di Paolo Bellini ai cellulari nelle celle: mentre Messico e Colombia intervengono per bloccare i segnali, in Italia denunce, sperimentazioni e ritardi lasciano aperta una falla pericolosa.

di Roberto Galullo

Il tema della schermatura delle comunicazioni che partono dalle carceri è esploso in piena calura agostana con la tragicomica serie di videochiamate a casa, fatte e registrate “da” o “per conto del” criminale Paolo Bellini, intimo di terroristi, fasci piduisti, mafiosi e ’ndranghetisti della peggiore specie.

All’ergastolo per la strage di Bologna del 2 agosto 1980 – per la quale, in via definitiva, è stato riconosciuto colpevole in concorso dalla Cassazione il 1° luglio 2025 – ha provato ad ammaliare il pubblico “fai-da-te”, con sermoni a propria difesa. Legittimi in un’aula di Tribunale ma pericolosissimi per la democrazia se tenuti in regime di reclusione. Ma ormai la videochiamata – che allunga vita e potere delle reti criminali nel mondo – è ovunque la regola.

 

Mal comune…

Già, perché il problema della morte in culla – rectius: in cella – delle comunicazioni con messaggi, ordini e comandi di boss, criminali e terroristi, non è mica solo un problema per la nostra travagliata Penisola. In alto i cuori: siamo in pessima compagnia. Nel mondo, però, qualcosa si muove.

È bene sapere, ad esempio, che quel che si può contro l’invasione dei cellulari nei penitenziari del Messico – Stato in cerca di vie d’uscita dalla macelleria criminale ordinata dai boss nelle celle – non è in possibile in Italia, dove le mafie si rifanno persino trucco e parrucco pur di apparire attraenti nei messaggi social e nei “tik tok” rilanciati all’interno degli istituti.

Ed è anche bene sapere che quel che si potrà presto nelle carceri della Colombia – altra nazione in cerca di autori contro il narcoterrorismo – in Italia è ancora in uno stato di nebulosa gestione.

 

Telefoni spenti in Messico e Colombia

In Messico, nell’ambito della Strategia nazionale contro l’estorsione (pratica amatissima dai boss reclusi e dalla loro catena di comando), nel dicembre 2025 il Segretario alla Sicurezza e alla protezione dei cittadini, Omar García Harfuch, ha annunciato che i segnali dei telefoni cellulari saranno bloccati nelle carceri federali e nei centri penitenziari di Città del Messico.

Il provvedimento è entrato gradualmente in vigore nei primi mesi del 2026 e riguarda 14 prigioni federali e 13 centri penitenziari.

E che dire della Colombia? Il 26 agosto il governo di Abelardo de La Espriella – neo presidente con triplice passaporto colombiano-americano-italiano – ha annunciato che intende bloccare i segnali dei telefoni cellulari nelle carceri, utilizzati per coordinare estorsioni (uno sport criminale molto diffuso anche in America Latina) e altri reati. In un incontro con gli operatori telefonici, sono state esaminate, con il supporto della Polizia e dell’Esercito, le misure tecniche e legali per limitarne la copertura.

 

Al lupo al lupo!

In Italia chi deve affrontare l’invasione dei cellulari (operatori, sindacati, investigatori ed inquirenti) denuncia da anni questa ferita mortale per la democrazia. Senza ricevere risposta alcuna dalla politica.

Solo per ricordare un episodio, il 24 ottobre 2019, da capo della Procura di Napoli, Giovanni Melillo, attuale capo della Procura nazionale antimafia, facendo riferimento ad alcuni istituti penitenziari, affermò in Commissione parlamentare antimafia che «il carcere è il luogo dove lo Stato esercita una assai limitata capacità di controllo (…) Vi dominano le organizzazioni mafiose, i cellulari vi entrano quotidianamente e non li sequestriamo neanche più talmente tanti sono».

A Melillo si aggiunse, il 18 novembre 2024, Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia penitenziaria, il quale sottolineò che «paradossalmente, da quando l’introduzione e il possesso di telefonini in carcere costituisce reato, ne circolano molti di più.

Questo perché ne è pressoché raddoppiato il prezzo di smercio, facendo aumentare i profitti e gli interessi per le organizzazioni criminali che ne organizzano e gestiscono i traffici».

Da allora (quasi) nulla è cambiato.

 

Ritardi gravi

Maurizio De Lucia, capo della Procura di Palermo, nell’audizione presso la Commissione parlamentare antimafia il 28 luglio 2026, ha dichiarato testualmente: «Tornando ai telefoni, so che è in corso anche il tentativo di utilizzare il jammer per le grandi case circondariali. Ce ne sono 10, credo, in via di sperimentazione. Qui bisogna essere pragmatici, perché, per quello che mi risulta, ma naturalmente i vertici del Dap potranno essere molto più esaustivi sul punto, all’interno delle carceri che sono nei centri delle città questo meccanismo non funziona e non funziona perché siccome le reti sono molto importanti, schermare le reti richiede un apparato importante che ha delle ricadute anche su chi con il carcere non c’entra niente: uffici esterni, installazioni esterne e via dicendo.

Bisogna ragionare individuando carceri dove questo è possibile farlo, cioè quelli che sono collocati nelle periferie, nelle città e magari collocare la popolazione carceraria ritenuta più pericolosa o anche recidiva rispetto a chi è stato già trovato in possesso di un telefono, in queste carceri esterne rispetto al centro della città (…). Il personale di Polizia penitenziaria deve essere messo in condizioni di avere un certo numero di telefoni fissi e anche l’accesso alla rete internet, ma non con il wireless,con contatti fissi. Queste mi sembrano misure che si possono attuare, naturalmente anche qui sperimentando di volta in volta».

Peccato che «sperimentando di volta in volta» mal si concilia con la velocità di potere e comando di mafie e terrorismi, che con la loro rapidità di azione fanno strame delle lentezze legislative, normative e burocratiche italiane.