Prima dell’Odissea
C’è un Ulisse che viene prima dell’Ulisse. Prima del naufrago, dell’uomo dalle molte astuzie, del vincitore di Polifemo, dell’amante di Circe e del marito che Penelope attende per vent’anni. È l’Ulisse che non vuole andare a Troia.
Nel grande ritorno dell’eroe omerico proposto da Christopher Nolan, e nel profluvio di commenti che il film ha suscitato, questo antefatto sembra essere rimasto quasi completamente nell’ombra. Con qualche rara eccezione, la critica ha discusso della guerra, della violenza, della colpa, del trauma del reduce e della difficoltà del ritorno. Molto meno si è ricordato che, secondo una tradizione antica estranea all’Odissea ma saldamente incorporata nel ciclo mitologico troiano, Ulisse aveva tentato di non partire.
Quando i principi achei vengono chiamati alle armi per la spedizione contro Troia, il re di Itaca ricorre infatti alla sua arma più congeniale: l’inganno. Si finge pazzo. La tradizione lo rappresenta mentre ara un campo compiendo gesti insensati e seminando sale. È una messinscena, naturalmente. Ulisse vuole restare nella sua isola, con Penelope e con il piccolo Telemaco.
Palamede, però, intuisce l’inganno e lo sottopone a una prova terribile. Fa porre Telemaco davanti all’aratro. Il falso pazzo si ferma. Il padre prevale sull’attore, l’amore sul calcolo. Ulisse ha dimostrato di essere perfettamente lucido e dovrà partire per Troia.
L’astuzia usata contro la guerra
È difficile trovare un prologo più suggestivo per la storia dell’uomo che diventerà il simbolo stesso dell’astuzia. La sua mètis, prima di servire a conquistare Troia, viene utilizzata per evitare Troia.
Qui sta il paradosso che meriterebbe maggiore attenzione anche nella lettura contemporanea del mito. L’eroe che escogiterà il cavallo destinato a provocare la caduta della città è lo stesso uomo che aveva cercato di sottrarsi alla guerra. Colui che diventerà uno dei principali artefici della vittoria greca aveva tentato, all’inizio, di rimanere fuori dal conflitto.
Naturalmente bisogna evitare sovrapposizioni arbitrarie. Omero non racconta la finta pazzia nell’Odissea e non possiamo trasformare Ulisse, con categorie moderne, in un pacifista o in un obiettore di coscienza. Sarebbe una forzatura. Ma sarebbe altrettanto riduttivo considerare quella tradizione un semplice aneddoto mitologico.
Essa introduce infatti una tensione profonda nel personaggio: Ulisse appartiene alla guerra senza essere nato per la guerra. Il suo orizzonte originario è Itaca. È la casa, il regno, Penelope, il figlio appena nato. Troia irrompe in questo mondo e lo spezza.
Da quel momento tutto cambia. Dieci anni saranno consumati sotto le mura della città anatolica, sulla sponda asiatica dell’Egeo, e altri dieci saranno necessari per percorrere il cammino inverso. Vent’anni per tornare nel punto dal quale Ulisse aveva cercato disperatamente di non allontanarsi.
Telemaco, all’inizio e alla fine
È soprattutto la presenza di Telemaco a conferire alla vicenda una straordinaria forza simbolica.
All’inizio della storia c’è un bambino collocato davanti all’aratro. Ulisse deve scegliere fra continuare a recitare la parte del folle e salvare suo figlio. Sceglie Telemaco e, proprio per questo, perde la possibilità di restargli accanto.
Quando l’Odissea comincia, quel bambino è ormai un giovane uomo che cerca notizie del padre. La guerra ha divorato il tempo che avrebbe dovuto unirli. Il padre che aveva rivelato la propria lucidità per non travolgere il figlio deve adesso attraversare il mare per riconquistare gli anni che gli sono stati sottratti.
È forse questa la chiave più suggestiva attraverso cui rileggere anche l’Ulisse restituito alla nostra epoca da Nolan. Non soltanto l’eroe che torna dalla guerra, ma l’uomo che torna dalla guerra alla quale non voleva andare.
Il mito acquista così una circolarità quasi perfetta. Ulisse parte perché non riesce a sacrificare Telemaco alla propria finzione; sopravvive a Troia, al mare, agli dèi e alle tentazioni perché vuole ritrovare ciò che quella partenza gli ha tolto.
Alla fine dell’immenso viaggio c’è dunque ciò che era già presente all’inizio: Itaca. Non semplicemente un’isola, ma la misura umana opposta alla smisuratezza della guerra. La casa da cui Ulisse non voleva partire e alla quale impiegherà vent’anni per poter finalmente tornare.
