Un’Olimpiade mediterranea per ricostruire il dialogo
L’idea nacque nel 1948 a St. Moritz, durante la 42ª sessione del Comitato Olimpico Internazionale (CIO). In quell’assise il vicepresidente del CIO, l’egiziano Mohammed Taher Pacha, e il componente del Consiglio, il greco Ioannis Ketseas, proposero di dare vita a una sorta di “Olimpiade mediterranea”.
L’intuizione maturò nello stesso anno dei Giochi Olimpici di Londra, nel periodo immediatamente successivo alla fine del secondo conflitto mondiale, quando erano ancora forti le tensioni tra popoli che si erano duramente contrapposti sui campi di battaglia. Lo sport veniva così rilanciato nella sua funzione più autentica e unificante: strumento di pace, dialogo e condivisione di valori.
Anche l’individuazione dello spazio mediterraneo – crocevia di tre continenti e di civiltà che hanno segnato profondamente la storia – come luogo di confronto sportivo rappresentò un’intuizione particolarmente significativa, in sintonia con altre iniziative inclusive di carattere politico e culturale avviate in quegli anni, a partire dai Colloqui mediterranei promossi dall’allora sindaco di Firenze, Giorgio La Pira.
La prima edizione si svolse nel 1951 ad Alessandria d’Egitto, con la partecipazione di 734 atleti. Fu un evento esclusivamente maschile: le donne sarebbero state ammesse soltanto nel 1967, in occasione dell’edizione di Tunisi. I Paesi partecipanti furono dieci: Egitto, Francia, Grecia, Jugoslavia, Italia, Libano, Malta, Siria, Spagna e Turchia.
Un laboratorio di culture oltre la competizione sportiva
Il CIO riconobbe ufficialmente i Giochi del Mediterraneo durante la sua 47ª sessione, svoltasi a Helsinki, inserendo la manifestazione nel “cartellone” olimpico internazionale. Da allora i Giochi hanno mantenuto continuità organizzativa e sviluppato una propria identità peculiare, andando oltre la dimensione strettamente sportiva attraverso iniziative di carattere storico, artistico e culturale parallele al programma agonistico. Un originale laboratorio di dialogo e confronto tra culture ed esperienze sociali differenti.
Anche la XX edizione, aperta a Taranto alla presenza del Presidente della Repubblica e della Presidente del Consiglio, rappresenta un’occasione per riaffermare questa funzione di pace e di amicizia fra i popoli, in una fase particolarmente delicata degli equilibri internazionali, a cominciare proprio dai Paesi che si affacciano sulle coste del Mediterraneo.
Taranto, per la sua storia e per il suo essere da secoli punto di incontro tra diverse civiltà mediterranee, rappresenta inoltre un luogo ideale per favorire il confronto tra identità, culture e tradizioni differenti.
Sarà una manifestazione a grande partecipazione, con 3.803 atleti iscritti – 2.189 uomini e 1.614 donne – in rappresentanza di 26 Paesi, compresa la delegazione dell’Atletica Vaticana. Un evento di straordinaria rilevanza nel panorama sportivo internazionale, secondo soltanto, per dimensioni e significato, ai grandi appuntamenti olimpici e paralimpici e capace di superare la dimensione puramente agonistica.
Taranto 2026, una profezia di pace e fratellanza
Un appuntamento che “abbraccia il futuro”, come recita il motto scelto per questa edizione, ed “esprime speranza”, secondo le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “La speranza in un futuro di pace, sviluppo e tolleranza.
Il Mediterraneo è oggi attraversato da conflitti, violenze e crisi migratorie. L’impegno deve essere quello di farlo tornare a essere fonte di civiltà, luogo di dialogo e confronto, spazio di cooperazione internazionale e di solidarietà tra i popoli. I Giochi del Mediterraneo possono così diventare, come auspicato recentemente da Papa Leone XIV, una “profezia di pace e fratellanza”. L’augurio è che Taranto 2026 possa essere proprio questo: un ponte fra popoli in cammino.
