Home GiornaleUn centro nuovo, una cultura da restituire alla politica

Un centro nuovo, una cultura da restituire alla politica

L’appello di “Tempi Nuovi” - e altre associazioni - indica una strada: non un’altra sigla, ma uno spazio politico autonomo in cui culture liberali, popolari, cattolico-democratiche e riformiste possano costruire una comune responsabilità di governo.

L’appello di “Tempi Nuovi” ha il merito di porre una questione che da troppo tempo attraversa, senza trovare una risposta adeguata, la politica italiana: esiste ancora lo spazio per una presenza autonoma di centro, capace di sottrarsi alla logica della contrapposizione permanente tra destra e sinistra e di offrire al Paese una proposta politica seria, riformista ed europeista?

La risposta, a mio giudizio, è positiva. Ma occorre evitare un equivoco di fondo. Non si tratta di dar vita all’ennesimo partito, all’ennesima associazione o a un nuovo contenitore destinato ad aggiungersi a quelli già esistenti. Il problema non è moltiplicare le sigle, ma ricostruire uno spazio politico.

Uno spazio capace di mettere in relazione culture diverse che, pur provenendo da storie differenti, possono oggi riconoscersi in una comune responsabilità di governo: la cultura liberale, quella popolare, il cattolicesimo democratico, il riformismo, la tradizione repubblicana e tutte quelle esperienze che non si riconoscono nella radicalizzazione dei due poli.

È questa, probabilmente, la vera sfida dei “Tempi Nuovi”.

 

Il centro come scelta politica e cultura di governo

Il centro non può essere il luogo dell’equidistanza, né un moderatismo privo di identità. Non può essere la semplice somma di forze minoritarie e neppure il punto di raccolta di chi non trova collocazione altrove. Deve essere, invece, una scelta politica. Una cultura di governo.

Una proposta fondata sull’equilibrio tra libertà e giustizia sociale, crescita e coesione, responsabilità individuale e solidarietà, interesse nazionale ed europeismo.

In questo quadro, la tradizione cattolico-democratica e popolare ha ancora molto da offrire. A condizione, però, di non trasformarla in nostalgia.

Non abbiamo bisogno di restaurare esperienze del passato. La storia non si ripete e nessuna stagione politica può essere semplicemente ricostruita fuori dal proprio tempo.

Il compito è un altro: rendere nuovamente fecondi alcuni principi che hanno segnato le migliori pagine della storia repubblicana.

– La centralità della persona, innanzitutto.

– Il valore della famiglia e della natalità.

– La solidarietà tra le generazioni.

– La tutela delle fragilità.

– La sussidiarietà.

– La funzione delle comunità locali e dei corpi intermedi.

– La scuola e la sanità come strumenti fondamentali di uguaglianza.

La convinzione che lo sviluppo economico sia indispensabile, ma che la crescita abbia senso soltanto se produce anche progresso sociale.

È questo il contributo che una cultura cattolico-democratica moderna può portare all’interno di una più ampia area liberale, popolare e riformista.

Non per costruire un nuovo recinto identitario. Non per rivendicare quote di rappresentanza, ma per partecipare, con la propria storia e la propria sensibilità, alla costruzione di una casa politica più grande.

 

De Gasperi, un metodo per il presente

Il richiamo a De Gasperi assume, in questo senso, un significato particolarmente attuale.

Essere degasperiani oggi non significa immaginare il ritorno di formule politiche del passato.

Significa recuperare un metodo e una concezione alta della politica. La politica come responsabilità. La capacità di anteporre l’interesse generale a quello della propria parte. La mediazione intesa non come compromesso al ribasso, ma come ricerca di una sintesi più alta. La centralità del programma. La visione europea dell’interesse nazionale.

Proprio l’Europa può rappresentare uno dei grandi terreni di incontro tra le diverse culture che possono concorrere alla costruzione di questo nuovo centro.

In un mondo attraversato da guerre, instabilità geopolitica, competizione tecnologica e nuove forme di protezionismo economico, nessun Paese europeo può pensare di essere davvero sovrano se resta solo. Abbiamo bisogno di un’Europa più politica, più forte e più autorevole.

Un’Europa capace di dotarsi di una vera politica industriale, di una strategia energetica comune, di una maggiore autonomia tecnologica, di una politica estera e di sicurezza più credibile. Un’Europa che sappia difendere il proprio modello sociale senza rinunciare alla competitività e all’innovazione. Rafforzare l’Europa, in questa prospettiva, non significa indebolire l’Italia. Significa darle la possibilità di contare davvero.

 

Il presente non può continuare a mangiare il futuro

Ma la costruzione di un nuovo centro non può limitarsi alle grandi questioni internazionali.

C’è una grande emergenza nazionale che riguarda soprattutto le nuove generazioni.

Un giovane che oggi entra nel mondo del lavoro incontra spesso salari insufficienti, precarietà, difficoltà nell’accesso alla casa, un debito pubblico enorme e una mobilità sociale sempre più debole.

A questo si aggiunge una crisi demografica che non è più soltanto una questione statistica, ma una vera emergenza economica e sociale. Quando diciamo che “il presente si mangia il futuro”, tocchiamo forse il punto più profondo della crisi italiana.

Per questo il tema del debito, della produttività e della crescita non può essere considerato estraneo a una cultura sociale e popolare. Ridurre il debito significa non trasferire sulle generazioni future il costo delle nostre scelte.

Aumentare la produttività significa creare le condizioni per salari migliori, maggiori investimenti e servizi pubblici sostenibili. Sostenere l’impresa e l’innovazione significa difendere il lavoro di domani.

Ed è proprio qui che può nascere una sintesi nuova tra cultura liberale e cultura popolare. Da una parte il merito, la concorrenza, la responsabilità, l’efficienza dello Stato, la capacità di produrre ricchezza. Dall’altra la coesione sociale, la solidarietà, l’uguaglianza delle opportunità, la protezione delle fragilità e la dignità della persona.

Queste culture non devono annullarsi l’una nell’altra. Devono incontrarsi. La forza di una nuova area di centro potrebbe essere proprio questa: riuscire a comporre ciò che la politica contemporanea tende continuamente a separare.

 

Prima il programma, poi le alleanze

Ma per riuscirci occorre anche un metodo nuovo. Prima il programma, poi le alleanze. Prima le idee, poi gli organigrammi. Prima il progetto per il Paese, poi le candidature. La politica italiana degli ultimi anni ha spesso proceduto al contrario, costruendo coalizioni prima ancora di chiarire ciò che le univa.

Un nuovo centro dovrebbe avere il coraggio di partire da poche grandi priorità: crescita e produttività, sanità, scuola, natalità, lavoro, innovazione, pubblica amministrazione, sicurezza, riequilibrio territoriale ed Europa. E su ciascuna di esse dovrebbe presentare proposte concretamente realizzabili, sottraendosi tanto alla propaganda quanto alla promessa impossibile.

Occorre, inoltre, ricostruire un rapporto con la società. Una presenza popolare non può nascere soltanto nei vertici della politica. Deve coinvolgere associazioni, amministratori locali, professionisti, imprese, volontariato, università, scuola e mondo delle competenze. Deve tornare nei territori. Deve ascoltare prima di parlare.

Deve selezionare classe dirigente sulla base della capacità e dell’esperienza, non soltanto dell’appartenenza.

 

Una cultura politica viva, non un altro partito

Questa può essere la funzione della cultura cattolico-democratica dentro un nuovo centro: non custodire gelosamente la propria storia, ma metterla a disposizione di un progetto più ampio. Non abbiamo bisogno di costruire un altro partito cattolico.

Abbiamo bisogno che il cattolicesimo democratico torni ad essere una cultura politica viva, capace di dialogare alla pari con la tradizione liberale, con il riformismo e con tutte le esperienze che condividono una visione europea e una responsabilità di governo.

Il punto, dunque, non è aggiungere un altro partito al centro. È aggiungere al centro una cultura politica che oggi può renderlo più forte, più sociale e più vicino alla realtà del Paese. Questa, forse, è la sfida più interessante dell’appello di “Tempi Nuovi”: non guardare indietro, ma utilizzare il meglio delle nostre tradizioni per affrontare problemi completamente nuovi.

Ed è proprio qui che la lezione di De Gasperi conserva tutta la sua attualità. Essere fedeli a quella storia non significa ripeterla. Significa avere oggi lo stesso coraggio di allora: comprendere il proprio tempo, mettere insieme culture diverse e assumersi la respo