Un pericolo per l’Iran, forse. Una minaccia per Israele, senz’altro
Con la loro pressapochistica decisione di attaccare l’Iran, nella convinzione che il regime degli ayatollah sarebbe velocemente caduto, per implosione interna o per rivolta popolare esterna, Benjamin Netanyahu e Donald Trump non immaginavano certo (ormai sei mesi fa) che avrebbero favorito la nascita di un nuovo ordine regionale in Medio Oriente: diverso da quello ipotizzato con i vecchi Accordi di Abramo e incentrato su un’alleanza sunnita di inedita potenza, imperniata sul principio di sicurezza collettiva.
Significa che, qualora attaccati, Arabia Saudita, Pakistan e Turchia unirebbero gli sforzi e dunque le loro capacità militari per difendersi. Un po’ come garantisce l’art. 5 della NATO (Trump permettendo), della quale peraltro – particolare non secondario – la Turchia è membro di assoluta importanza.
La nuova sicurezza collettiva sunnita
Il “Patto della Mecca” (tecnicamente “Accordo di Difesa Congiunta”), così è chiamato l’accordo siglato agli inizi di agosto dai tre Paesi musulmani, assume un rilievo invero notevole, e non per una sola ragione. Sono infatti diversi i fattori che occorre osservare ed evidenziare.
Innanzitutto – e ciò è stato rilevato da tutti i commentatori internazionali – la forza e la complementarità delle risorse messe in campo: la potenza energetica e finanziaria di Riad; la potenza nucleare e demografica di Islamabad; la potenza militare di Ankara (secondo esercito della NATO, non lo si dimentichi). Ciò vuol dire – e la cosa evidentemente non è affatto secondaria – che la storica garanzia americana di protezione e controllo nella regione non è più ritenuta certa e, soprattutto, efficace con matematica certezza. Come del resto la guerra in corso sta dimostrando.
In secondo luogo, la vicinanza geografica di queste nazioni all’Iran: la Turchia a nord-ovest e il Pakistan a sud-est hanno frontiere comuni con la nazione sciita, mentre l’Arabia ne è separata da una porzione di mare relativamente piccola. Dunque l’Iran è sostanzialmente accerchiato. E siccome la natura del patto è, come detto, difensiva, da ora in avanti i pasdaran dovranno pensarci bene prima di inviare nuovi missili contro gli impianti petroliferi arabi, come invece hanno fatto in questi mesi.
Questa osservazione ne produce conseguentemente un’altra. Nessuno di questi Paesi vuole – allo stato – combattere l’Iran, né favorirne un regime change. Ma di ciò a Teheran non possono avere certezza. Né alcuno potrebbe impedire ai tre alleati sunniti di cambiare idea, se le circostanze lo richiedessero. Quindi il regime è sotto pressione, anche se non può ammetterlo. Una pressione che fa il gioco degli Stati Uniti, desiderosi di chiudere una guerra che non sta affatto andando come sperato (da alcuni, perché i vertici militari avevano avvisato Trump e Hegseth che sarebbe stato un azzardo): in tale contesto è evidente che pure l’Iran necessita di chiudere il conflitto, anche se desidererebbe prolungarlo sino a dopo le elezioni di medio termine americane, immaginando che a quel punto Trump sarà stato indebolito e quindi dovrà arrangiarsi nel trovare una soluzione qualsiasi pur di finire questa avventura.
Dall’Iran all’Indo-Pacifico: la variabile Pakistan
Come anticipato, però, la portata geopolitica del Patto della Mecca supera il solo ambito geografico mediorientale.
Il Pakistan è in difficili relazioni con l’India, come i periodici scontri di confine testimoniano da anni, per motivi territoriali e religiosi. Ed è invece in buoni rapporti con la Cina, che per parte sua non ha particolari problemi con Turchia e Arabia, pur non essendo loro alleata. Ciò significa (lo ha notato con la usuale perspicacia George Friedman, fondatore e direttore di Geopolitical Futures) che questa nuova alleanza non è ostile a Pechino, ma è disturbante per Nuova Delhi, potenza in ascesa – non solo demografica – decisiva nell’Indo-Pacifico proprio per controllare la politica assertiva di Xi Jinping in un’area oceanica presidiata dalla VII Flotta USA. India con la quale Washington negli ultimi anni ha allacciato rapporti come mai in passato, favoriti dalla politica più filo-occidentale – con tutte le riserve del caso – di Narendra Modi: dal QUAD (Quadrilateral Security Dialogue) con Giappone, Australia e Stati Uniti, alla Supply Chain Resilience Initiative con Giappone e Australia, all’Asia-Africa Growth Corridor col Giappone, all’Indo-Pacific Oceans Initiative.
Quindi ora Trump – che è già riuscito a irritare Modi con la questione dei dazi (si ricorderà che, per tutta risposta, giusto un anno fa il leader indiano partecipò di persona al vertice di Tianjin dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, senza però presenziare alla successiva parata che a Pechino celebrò l’ottantesimo anniversario della vittoria sul Giappone nella Seconda guerra mondiale) – si trova a dover gestire una situazione nella quale, da un lato, può ricavare un vantaggio (più pressione sull’Iran), ma dall’altro rischia di indebolire quello che dovrebbe divenire il suo maggior alleato nell’Indo-Pacifico in funzione anticinese.
La Turchia di Erdogan tra NATO, Russia e autonomia strategica
Un altro problema lo pone la Turchia: membro NATO, tendente a interpretare l’alleanza con una certa elasticità, ne è però l’elemento più attrezzato militarmente (a parte gli USA, ovviamente). Presidia un quadrante regionale assai delicato, ma mostra da diverso tempo – con la guida del “sultano” Recep Tayyip Erdogan – di ritenerlo limitativo e conseguentemente ha allargato il suo raggio d’azione al Mediterraneo centrale (Libia) e finanche al Caucaso, qui approfittando del calo di interesse (o di capacità interdittiva?) della Russia. E inoltre, controllando lo Stretto dei Dardanelli (sbocco di entrata/uscita dal Mar Nero, tra i pochi stretti marini per i quali è richiesto il pagamento per i diritti di transito, come definito dalla Convenzione di Montreux del 1936), si è ritagliata un ruolo strategico nel conflitto russo-ucraino, per il quale si è proposta più volte (senza successo, però) per il ruolo di mediatrice.
Con la Russia i rapporti sono complicati, ma non completamente negativi, e anche questo dato contribuisce a fare di Ankara un attore rilevante, luogo di passaggio/contatto fra il sistema europeo e l’intricata ragnatela mediorientale. Un alleato importante per Washington, ancorché molto propenso a esercitare il ruolo con elevati livelli di autonomia.
Israele davanti a un nuovo equilibrio regionale
Un amico che, però, con questa nuova alleanza sunnita radicalizza ulteriormente la sua ostilità nei confronti di Israele, i cui unici veri e decisivi alleati restano gli Stati Uniti. Creando così un gran problema per la Casa Bianca.
Un puzzle difficile da risolvere, dunque. Ma con una certezza: il ruolo sempre più centrale assunto dalla Turchia e l’inevitabile preoccupazione e irritazione israeliana. Con tutti i rischi conseguenti.

