di Giuseppina De Simone
Se vincere una guerra comporta immani sforzi, impiego di risorse economiche, investimento di risorse umane, strategie, alleanze, motivazioni e mobilitazioni, molto di più richiede “vincere la pace”, secondo la incisiva espressione usata da Maritain durante la Seconda guerra mondiale, i cui orrori hanno reso evidente come non mai l’insensatezza di chi pretende di risolvere le tensioni con le armi.
Vincere la pace è assai più difficile. E non solo perché sulle macerie materiali, morali, psicologiche, che la guerra produce è ardua impresa ricostruire; ma perché la pace non si improvvisa e non è mai il frutto della paura, di una esibizione di forza che immobilizza gli equilibri impedendo che le tensioni esplodano.
Vincere la pace richiede che ci si educhi al dialogo, alla mediazione; che si prenda atto della diversità dei soggetti nello scenario mondiale e ad essi si riconosca uguale dignità; esige che si accantonino gli schemi del pensiero unico della colonizzazione culturale e politica; che ci si avverta parte di un unico destino, ma nella diversità dei percorsi; che si imparino a vedere le interconnessioni che ci fanno dipendere irriducibilmente gli uni dagli altri nella soluzione dei problemi.
Vincere la pace vuol dire rendersi conto che le sfide dinanzi alle quali siamo, e dalle quali dipende la sopravvivenza dell’umanità, ci toccano tutti allo stesso modo, qualunque sia la posizione di forza che si ha e che non possiamo che affrontarle insieme, ritrovando il senso autentico della progettazione politica; vuol dire ritrovare il senso di una concretezza effettiva che si nutre della capacità di lungimiranza. Vincere la pace è ritrovare quella condizione di autentica libertà alla quale spesso abdichiamo in nome di un falso realismo, che ci fa abbassare la testa dinanzi ai giochi di potere e assecondare dinamiche distruttive nell’idea che nulla si possa per impedirne il dilagare.
