Home GiornaleDiplomazia dei gesti: ciò che i leader dimenticano nei vertici mondiali

Diplomazia dei gesti: ciò che i leader dimenticano nei vertici mondiali

Tra emozioni, posture e linguaggi del corpo, la politica internazionale continua a sottovalutare un elemento decisivo: il rapporto umano. Nei summit globali non parlano soltanto le parole, ma anche silenzi, movimenti e percezioni reciproche.

Nella Antropologia delle emozioni il grande studioso David Le Breton ci dice, se ben si fosse compreso, che i sentimenti e le emozioni non sono degli stati assoluti, processi fisiologici di cui il corpo detiene i segreti. Sono invece “relazioni” con in campo un inevitabile corredo di sentimenti. Così si dovrebbe aver sempre presente quanto scriveva Vincent van Gogh per cui le piccole emozioni sono i grandi condottieri delle nostre vite e che a queste noi obbediamo senza saperlo.

A tutta riprova, l’uomo che grava in una situazione estrema può affidarsi sempre alle sue difese psicologiche. Alain Bombard ricorda ad esempio che i naufraghi trovati morti nelle loro canoe in condizioni peggiori non morirono di patimenti, per mancanza di acqua e di cibo ma per il senso di disperazione che patirono. La storia di tanti bambini selvaggi cresciuti nelle foreste mostra positivamente il potere di adattamento che l’uomo ha in circostanze al limite della sopravvivenza. In ogni caso per l’uomo “un mondo senza altri è un mondo senza legami, destinato alla dispersione e alla solitudine”. Robinson Crusoe, nella sua solitudine, era padrone di tutto e sovrano di nulla.

 

Laltro come misura del desiderio

I leader del mondo dovrebbero essere avvertiti di tutto questo e farne bottino prezioso. L’importanza “dell’altro” non è qualcosa da trascurare. Gilles Deleuze insegna che non desidero nulla che non sia visto, pensato, posseduto da un possibile altro. Questo è il fondamento del desiderio. È sempre l’altro che riduce il mio desiderio a oggetto. Sarà per questo che scoppiano i conflitti e nessuno si rassegna a stare nel suo.

Negli incontri e nelle trattative per fermare le guerre oggi in corso con l’intento di trovare un’ombra di pace, i potenti della terra dovrebbero tener conto che “il volto di un uomo con cui ha avuto una conversazione vivace conserva per qualche tempo una vivacità residua che si spegne solo poco a poco e la cui fiamma si riaccenderà con l’arrivo di un altro interlocutore”. Varrà anche per la tristezza. Dovrebbe farsi pertanto tesoro delle parole di Antonin Artaud quando dice che il nostro corpo è un crocevia abitato da tutti.

 

Quando il corpo parla più delle parole

Oltre le parole, ai sentimenti si accompagnano anche i gesti che sono una parte dell’azione e non solo un elemento decorativo della parola. Non a caso un proverbio Tuareg recita che “i gesti sono i bidoni dell’acqua della parola”, ciò pur con tutta l’ambiguità e l’incoerenza che questi possono comportare. Sembra di comprendere che tutto dipende anche dal contesto culturale in cui ci si muove. Fiorello La Guardia parlava abilmente l’italiano, l’yiddish e l’americano e cambiava espressione e gesti a seconda della lingua usata, tanto che l’appropriazione di una lingua, secondo Hayes, pretende anche di entrare nei modi fisici di esprimerla o sentirla.

Se la scienza insegna tutto questo, si ha qualche perplessità che nei summit internazionali, oggi di continua frequenza, si abbiano queste capacità e queste consapevolezze per giungere ad una intesa. Lì dove la lingua non è sufficiente, il gesto potrebbe soccorrere o compromettere i risultati.

 

Il linguaggio invisibile della diplomazia

Nella prima ipotesi David Le Breton ricorda l’appello di Zorba il greco al suo compagno, indicando la danza in grado di andare oltre il limite delle parole: “Se avessi visto come mi ascoltava, il russo, e capiva tutto! Gli ho descritto, ballando, le mie disgrazie, i miei viaggi, quante volte mi sono sposato, i mestieri che ho imparato: cavatore, minatore, venditore ambulante, vasaio… mercante di passa-tempo… Tutto lui capiva anche se era incomprensibile. I miei piedi, le mie mani parlavano, i miei capelli anche i miei vestiti…”.

Diverso esempio è la confusione registrata tra i soldati russi e bulgari in guerra contro la Turchia dove la mimica del sì o del no era esattamente opposta, creando pericolosi equivoci tra le truppe alleate durante le azioni di guerra. Ancora, è noto l’episodio per cui Madame de Staël visitò la Germania facendo visita a Friedrich Schiller. Dopo l’incontro riferì che dopo cinque minuti lo scrittore dichiarò il suo amore stringendole appassionatamente le mani. Schiller, a sua volta, raccontò ad un amico che, infastidito dalla donna che parlava senza sosta impedendogli di interagire, le prese le mani per calmarla, riuscendo finalmente a terminare quello che stava dicendo.

 

Dallimpassibilità asiatica alla teatralità americana

Appare evidente la differenza che corre tra l’impassibilità di Xi Jinping e la ferma postura di Vladimir Putin e lo sbracciare comunicativo di Donald Trump, che appare molto più colorito rispetto agli altri. Forse gli occorrerebbe più prudenza o forse è esattamente figlio della sua cultura.

A noi resta sperare che almeno questi tre leader si dotino, invece che di armi, di nuovi gesti e di più attenti ascolti.