Home GiornaleA Grímsey tra solitudine, comunità e riscoperta di sé

A Grímsey tra solitudine, comunità e riscoperta di sé

Resoconto di un viaggio nell'isola sul confine del Circolo Polare Artico. Affascinante descrizione di contesti naturalistici inconsueti e primordiali, ma anche della piccola comunità (50 abitanti) che vi risiedono.

Questo libro si muove su una linea sottile e affascinante: quella che separa il viaggio fisico dalla fuga interiore. Ambientato nella remota Grímsey, oltre l’Islanda, sulla linea di confine del Circolo Polare Artico, il racconto non è soltanto la cronaca di uno spostamento geografico verso il nord estremo, ma diventa presto il simbolo di una tensione universale: il desiderio di uscire dalla routine, di rompere i confini invisibili della quotidianità.

L’autore compie ciò che molti immaginano soltanto. Parte, si allontana, attraversa il limite del conosciuto fino a raggiungere un luogo che, per posizione e atmosfera, sembra già appartenere più al mito che alla realtà. E proprio qui il libro acquista forza: Grímsey non è solo un’isola battuta dai venti artici, ma diventa uno spazio mentale, una frontiera esistenziale dove il tempo si dilata e l’identità si ridefinisce.

Questo approccio narrativo mi ricorda le interviste che ebbi modo di realizzare con Giovanni Soldini – il navigatore solitario – e Reinhold Messner – il grande alpinista re degli “ottomila metri – due figure che incarnano concretamente ciò che il libro suggerisce sul piano simbolico. 

Entrambi raccontano il viaggio non tanto (o non solo) come conquista quanto piuttosto come relazione: con il mare, con la montagna, con i propri limiti. Il rispetto per la natura emerge come principio imprescindibile, mentre il senso del limite diventa una regola etica prima ancora che pratica o di adattamento e sopravvivenza. È proprio questo aspetto a rendere le loro voci così potenti all’interno della narrazione: non eroi invincibili, ma esploratori consapevoli della fragilità umana.

Ciò che mi colpisce è come queste testimonianze dialoghino con il percorso dell’autore, rafforzando l’idea che l’avventura autentica non sia mai una fuga avventurosa, irresponsabile e densa di incognite, ma un atto misurato, quasi disciplinato. Soldini e Messner mi avevano insegnato che spingersi “oltre” non significa ignorare il pericolo, bensì riconoscerlo e convivere con esso.

Fin dall’antichità, opere come l’Iliade e i grandi miti di esplorazione ci parlano di eroi che si spingono ai margini del mondo conosciuto. Qui quell’archetipo ritorna sotto nuove forme: Leonardo Piccione sembra incarnare una versione contemporanea di Ulisse. Non più guidato soltanto dalla sete di scoperta, ma anche da una ricerca interiore, da un bisogno di senso che attraversa il tempo, dal desiderio di conoscenza che è – anche eticamente – un bisogno consustanziale all’animo umano, il desiderio di scoprire qualcosa di nuovo e non descritto ma in fondo anche l’immedesimazione in una sorta di rechercheinteriore del tempo (inutilmente) perduto, come la definirebbe Marcel Proust. 

Perché “il vero viaggio di scoperta non consiste nel visitare nuove terre ma nell’avere nuovi occhi”.

Il bisogno insopprimibile di autenticità che l’omologazione culturale in cui siamo immersi sovente occulta e rende imperscrutabile.

La narrazione accompagna bene questa dimensione: descrizioni essenziali ma evocative, silenzi che pesano quanto le parole, paesaggi che riflettono stati interiori. Il freddo, l’isolamento, la luce nordica diventano metafore di una spoliazione necessaria, quasi un rito di passaggio. 

Non c’è romanticizzazione eccessiva: il viaggio è anche fatica, solitudine, confronto con i propri limiti.

Eppure, proprio in questo sta il cuore del libro. L’autore realizza ciò che molti tengono “nel cassetto”: quel sogno di fuga che non è pusillanime nascondimento, astrazione, fuga dalla realtà, evasione, ma bisogno di autenticità. Il lettore si ritrova inevitabilmente a chiedersi: partire è davvero un atto straordinario, o è restare immobili che richiede una forma diversa di coraggio?

Ricordo le parole di Reinhold Messner che trovo calzanti per la narrazione evocata dall’autore di questo affascinante libro edito da Neri Pozza: ”Le dimensioni umane nascoste sono più interessanti delle velleità trionfalistiche”. Leonardo Piccioni non cita la tela di Penelope ma nel suo cuore sa bene che per ognuno che parte c’è sempre qualcuno che ne attende il ritorno.

In estrema sintesi è un libro che parla di un viaggio ma soprattutto di sorprendenti possibilità. 

Non offre risposte definitive, ma apre uno spazio di riflessione: forse non tutti andremo mai fino a Grímsey ma ognuno riconosce dentro di sé quel punto estremo dove desidera arrivare, anche solo per capire chi si è davvero.

L’autore di “Cose da fare di notte al Circolo polare Artico”appare fin dalle prime pagine come una figura sospesa tra due mondi: quello della quotidianità da cui proviene e quello essenziale, quasi primordiale, che incontra nella remota Grímsey. Il suo non è un semplice soggiorno, ma un attraversamento profondo, ai confini dell’esperienza umana così come siamo abituati a concepirla.

Ciò che rende il libro particolarmente suggestivo è il modo in cui l’autore sceglie di conoscere davvero l’isola che lo accoglie. Non si limita a osservarla: la abita, ne accetta le regole implicite, si confronta con le difficoltà concrete di un luogo lontano da tutto, privo delle comodità che nelle grandi città diamo per scontate. 

Eppure, proprio in questa sottrazione emerge un valore aggiuntoinatteso.

La solitudine, anziché essere vissuta come privazione, diventa una risorsa. Il silenzio non è vuoto, ma spazio fertile di ascolto. In questo contesto, l’autore scopre una dimensione più autentica del tempo e di sé stesso che è misura necessaria per comprendere il proprio posto nel mondo.

Particolarmente toccante è il rapporto con la piccola comunità dell’isola: circa cinquanta abitanti che hanno scelto — o accettato — una vita fatta di ritmi lenti, essenziali, profondamente legati alla natura. Non c’è traccia di nostalgia per le grandi città, né desiderio di scambio con un modello di vita più comodo ma anche più frenetico. Al contrario, emerge una forma di equilibrio silenzioso, quasi invisibile agli occhi di chi è abituato al rumore e all’urgenza, al doverismo rendicontativo quotidiano.

L’autore osserva e progressivamente si integra in questo microcosmo umano, cogliendone la coerenza profonda: vivere in un luogo così estremo significa adattarsi, ma anche scegliere consapevolmente un altro modo di esistere. Una vita immersa in paesaggi incontaminati, dove la natura non è sfondo ma presenza dominante, con cui entrare in relazione ogni giorno.

Come nelle grandi narrazioni epiche — come per Ulisse — anche qui il viaggio si rivela essere, in ultima analisi, un ritorno: nontanto verso casa quanto piuttosto verso una verità più essenziale.

E forse è proprio questo il dono più grande che l’isola offre all’autore — e, attraverso lui, al lettore.

Un libro da leggere – dunque – per coltivare la gratuità del sogno che tutti ci accomuna, comprensibile deriva dell’insoddisfazione umana dove lo spazio non è soltanto una dimensione materiale ma una rappresentazione interiore: cercare un’isola per isolarci da un contesto dove la globalizzazione sta comprimendo il genius loci, per essere, farci noi stessi ‘isola’ ed ascoltare la voce primordiale della natura sfrondata da quel superfluo che troppo spesso finiamo per confondere con il necessario.

 

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