Home GiornaleAdriano Ciaffi, il rigore dell’amministrazione e la politica come servizio

Adriano Ciaffi, il rigore dell’amministrazione e la politica come servizio

Nel ricordo del parlamentare maceratese emerge il profilo di un amministratore esigente, protagonista della stagione migliore della Democrazia cristiana, convinto che la politica fosse anzitutto cura del territorio, delle istituzioni e della comunità.

Le querce delle Marche e l’amore per il territorio

“Vedi quelle querce?” mi chiese una mattina di tanti anni fa Adriano Ciaffi mentre guidava spericolatamente la sua auto verso un convegno democristiano a Urbisaglia. “Quelle querce l’ho salvate io con una legge regionale che le protegge in tutte le Marche”. Di Adriano è il primo ricordo che mi torna in mente oggi che da Macerata è arrivata la triste notizia della sua scomparsa a 90 anni esatti. Salvare quelle querce della collina marchigiana dagli abbattimenti indiscriminati significava la passione amministrativa che lo animava tutt’uno con l’amore che aveva per la sua terra, per le Marche e per Macerata. La cura del territorio, il benessere delle persone, la tranquillità delle famiglie, il futuro dei giovani, la crescita delle tante piccole e medie aziende marchigiane, era quella la sua idea di politica. L’uomo pubblico per lui era essenzialmente chi si prende sulle spalle l’onere e l’onore di curare la comunità, che per lui era la “città-Regione” come gli piaceva pensare lo sviluppo delle Marche già negli anni ’70 quando da presidente della Regione guidava con rigore e tante volte con pignoleria la macchina amministrativa.

Il culto dell’amministrazione

Me lo ricordo ancora quando, sottosegretario agli Interni ai tempi di Scalfaro ministro, mi invitava la sera al Viminale per andare a mangiare assieme una pizza e mi capitava di assistere alle lunghissime discussioni che armava con il capo di gabinetto, il consigliere giuridico e soprattutto i direttori generali ai quali contestava, ragionando e motivando, anche le virgole dei testi che gli sottoponevano per la firma sperando di assistere ad una frettolosa cerimonia. Neanche per idea, la pizza si allontanava nella notte e le carte tornavano indietro.

Insomma, la cura dell’amministrazione era il suo culto e questo lo affratellava a tutta una generazione di democristiani che venivano dalla gavetta degli enti locali e approdavano prima in Parlamento e poi al governo solo dopo aver accumulato l’esperienza sufficiente per non farsi ingabbiare dai “non possumus” della burocrazia e riservare alla politica la decisione. Fu con questa convinzione che Ciaffi fu il padre della riforma degli enti locali degli anni ’80.

Il patto di San Ginesio e la stagione del rinnovamento dc

Le interminabili chiacchierate serali e romane del dopo-Aula erano la sublimazione politologica di quella cura amministrativa che amava sì il potere, certo, ma per farne qualcosa di utile.

Toccò a Ciaffi organizzare il famoso convegno di San Ginesio, appennino maceratese, dove De Mita e Forlani siglarono il patto generazionale per il ricambio della classe dirigente della DC. All’epoca l’intesa preparava una mezza rivoluzione che avrebbe portato in prima fila il leader irpino e quello pesarese, destinati prima o poi a disputare la partita anche tra loro.

Quando la crisi della metà degli anni ’70 traumatizzò vecchi e giovani dirigenti democristiani, al XIII Congresso “del Rinnovamento” Ciaffi nel 1976 scelse di sostenere Zaccagnini: caso volle che furono proprio i voti maceratesi e marchigiani a fare la differenza tra Forlani e Zac, offrendo a quest’ultimo la conquista della segreteria politica.

«Questa non è più politica»

Motivo per il quale qualche tempo fa, quando Dario Franceschini organizzò un ricordo di quello storico congresso al Palazzo dell’EUR, chiamai Adriano a casa per spingerlo a venire ancora una volta a Roma nonostante gli acciacchi dell’età. Era stanco mi rispose, e anche amareggiato dal presente.

“Sai, mi confessò, io la politica di oggi non la capisco. Anzi, sai che ti dico? Non è proprio politica, è un’altra cosa”.